SOLITUDINE di F. Kafka

Nota ad alcune pagine di un diario inedito
Domenica, 19 luglio 1910

 Dormo, mi sveglio, mi riaddormento, mi sveglio, miserabile vita. Quando ci penso, debbo confessare che la mia educazione m’ha grandemente nociuto, sotto molti aspetti. Tuttavia, non sono stato educato in un luogo appartato, in una rovina, sulle montagne, il che non solleverebbe in me alcun rimprovero. E siccome tutta la serie dei miei vecchi maestri rischia di non comprendere assolutamente ciò, bisogna dire che io sarei stato volentieri, e di preferenza, questo piccolo abitante delle rovine, abbronzato dal sole, che attraverso le brecce avrebbe brillato sull’edera tepida della mia dimora, ancorché io fossi stato debole al principio, sotto l’impulso delle buone facoltà che si sarebbero messe a crescere dentro di me rigogliosamente come la malerba.Quando ci penso, debbo confessare che la mia educazione m’ha grandemente nociuto sotto molti aspetti. Questo rimprovero colpisce una quantità di gente, per esser precisi, i miei genitori, certi membri della mia famiglia, certi habitué della nostra casa, diversi scrittori, una tal cuoca che per tutto un anno mi condusse a scuola, una folla di maestri (che nel mio ricordo sono obbligato a pigiare stretti, a scanso di vedermene sfuggire qualcuno; e adesso, una volta che la folla è stata radunata, ecco che il tutto si disgrega in mille direzioni), un ispettore di scuola, dei passanti che camminavano lentamente, in breve, questo rimprovero si rivolge come un pugnale contro la società tutta intera e nessuno, io lo ripeterò, nessuno è affatto sicuro che questo pugnale non lo minacci un giorno davanti o alle spalle o in un fianco.Questo rimprovero – io non tollererò che gli si venga a sollevare obiezioni. Siccome ho già dovuto sentire troppe obiezioni, e la maggior parte di esse sono state già confutate, io estenderò il mio rimprovero anche a queste obiezioni e fin d’ora dichiaro che la mia educazione e tutto questo confutare mi hanno nociuto sotto molti aspetti.

Notata la parentesi: “che nel mio ricordo sono costretto…”? C’era della crudeltà in Kafka, cui egli, come tutti i deboli e i vinti, dava sfogo per così dire marginalmente. E forse un prodotto marginale delle sue sofferenze e delle sue crudeltà è tutta la geniale opera letteraria. Pochi, come Kafka, si sono mai resi conto dell’importanza che può avere nello sviluppo della personalità e, in generale, poi, delle capacità di riuscire nella vita, l’educazione: vogliamo dire, non l’educazione in generale, ma proprio quella che ognuno ha ricevuto, che è connaturata quasi con la sua realtà spirituale. La lucidità di Kafka in questo senso è perfino impressionante: vedi il passo sopra riportato dal “Giornale intimo” (che non è mai stato tradotto in italiano). Lo potremmo commentare, per quanto riguarda i genitori, con queste dolorosissime parole tratte dalla lunga lettera al padre, che l’amico fedele, Max Brod, pubblicò in parte non molto tempo fa: “io ero un bambino ansioso, e tuttavia ostinato, come tutti i bambini: senza dubbio anche mia madre mi guastava, ma non posso credere, ad ogni modo, d’essere stato poco trattabile, non posso credere che un modo silenzioso di prendermi per la mano, uno sguardo buono non avrebbero ottenuto da me tutto ciò che si fosse desiderato (…) in fondo tu [il padre] sei un uomo buono e tenero (…) ma non tutti i bambini hanno la tenacia e l’intrepidezza necessarie per cercare fino a che non abbiano trovato la bontà (…); davanti a te avevo perduto la fiducia in me stesso, e assunto invece un sentimento di colpevolezza senza limiti”. Tutta la vita di Kafka fu un tentativo di rivolta contro il padre, un tentativo che non riuscirà mai. O per sua costituzionale debolezza nell’accettare un fatale rapporto o per la preponderante personalità dell’uomo che gli era padre, a un certo punto Kafka si scoperse impotente a vivere: tutto egli aveva fatto coincidere con l’eccezionale dimensione che ai suoi occhi aveva assunto il padre – il coraggio, la virilità, la salute la religione stessa. Il padre era Dio: “la stima di me stesso dipendeva molto più da te che da qualsiasi altra cosa, fosse pure un successo esteriore”. Eppure, Dio non era: nel seguito della lettera Kafka trova di dover imputare al padre di non essere stato un esempio: “ciò che importava, infatti, era non di dare una qualsiasi educazione ai figli, ma bensì l’esempio della tua vita”. E’ probabile che non in questo senso abbia mancato il padre, ma nell’altro, di aver fatto sì che il figlio si dovesse aspettare da lui ciò che lui non poteva dare. Ad ogni modo, il rapporto venne a mancare a un certo punto e Kafka si trovò a mani vuote. Il padre era l’intermediario tra lui e il mondo; quando egli iniziò la ricerca il padre diventò l’ostacolo primo e insuperabile e il mondo da una parte e Dio dall’altra gli si rivelarono lontani, a una distanza infinita. E la disperata consapevolezza di questa distanza diventò poi il tema fondamentale dei suoi romanzi. “Non tutti i bambini hanno il coraggio e l’intrepidezza necessaria…”: no, non tutti, e lui meno degli altri. Ma nella solitudine cui il mondo lo aveva dannato, bisogna ammettere che era spaventosamente difficile avere coraggio. E, in ogni caso, ancora più difficile riconoscere di non averne. Con estrema consapevolezza Kafka propone la sua vita come paradigma di tutta la realtà spirituale del secolo: egli non accettò nessuno dei pretesti che gli venivano offerti di vivere: non accettò il matrimonio, non accettò la religione scaduta della comunità, non accettò l’arte. Nel testamento egli lasciò all’amico Max Brod l’incarico di bruciare tutta l’opera sua. Tremenda risoluzione, ma che ci prova quanto fosse serio il suo impegno.

                                                                                                                Silvano Villani

 L’aspetto più interessante di questo articolo giovanile (Villani ha 26 anni nel 1949) riguarda l’analisi del rapporto tra Kafka e il padre. L’errore del padre non sta nel fatto di non aver dato l’esempio (come chiedeva Kafka), ma nell’essersi frapposto tra il figlio e il suo bisogno di autonomia. Il padre ha voluto essere assoluto protagonista di sentimenti e pensieri, ha generato il bisogno di un esempio da seguire (bisogno inesauribile e destinato ad essere puntualmente deluso per eccesso di aspettative). Avrebbe potuto scendere dal palcoscenico seguendo da spettatore – al massimo, da suggeritore – la vita nascente del figlio, magari fargli sentire che ognuno può essere “esempio” a se stesso.

                                                                                            Pia Di Marco, 15 giugno 2015

Come ogni sera

di Pia Di Marco

Come ogni sera, da tempi immemorabili, lungo l’Occidente incendiato, la carovana dei ciechi si mette in marcia: l’uno con la mano sulla spalla dell’altro, innalzano un lamento che satura l’aria. Uno dei ciechi alza le orbite vuote al cielo profondo, la bocca si contrae in un urlo angoscioso che ricade sui disperati. Intorno, vuoto e silenzio, fino ai lontani orizzonti dove si perde lo scintillio dei miraggi.

Nessuno ha udito. Nessuno mai udrà. Cammina cammina, la sabbia s’avvolge tiepida alle caviglie come un amplesso che inviti al riposo, ma il riposo è una chimera: i piedi emergono scarni, levigati, la marcia continua. “Come ogni sera, come ogni sera” sibila il demone negli animi bui.

Ora i ciechi girano in cerchio, il primo raggiunge l’ultimo con le mani che brancolano, l’afferra – è un grido di bestia atterrita – il cerchio si serra, la rissa scoppia furibonda: i ciechi ansimano, rantolano tra nugoli di sabbia polverosa; poi, la massa si sgroviglia: ad uno ad uno, gli uomini riprendono il cammino in un’altra direzione, una qualunque, come ogni sera.

E’ l’8 dicembre 1945, uno studente, Silvano Villani, pubblica sul giornale dell’Università Federico II di Napoli questo breve scritto intitolato, appunto, Come ogni sera (“Università”, II, 6). Uno scritto che colpisce per il carattere surreale: non è dato sapere il luogo, il tempo in cui si svolge l’azione, inoltre, lo scenario del deserto sarebbe più coerente in un paesaggio africano che non nell’Occidente “incendiato”. E, tuttavia, proprio questa indicazione, “l’Occidente incendiato”, suggerisce l’immagine dell’Italia e dell’Europa al volgere del 1945. Un’Italia dilaniata, a partire dal 25 aprile 1943, all’indomani delle dimissioni di Mussolini, dai fronti opposti delle organizzazioni partigiane e della repubblica di Salò; un’Italia della resistenza passiva, come l’ha definita Norberto Bobbio (“La Stampa”, 4 settembre 1993), ove tanti militari rifiutano di combattere accanto ai tedeschi – dopo l’8 settembre verranno deportati nei campi di concentramento – e gli operai torinesi proclamano lo sciopero (18 aprile ’45); un’Italia divisa tra collaborazionisti consapevoli e obbligati, tra disimpegnati, doppiogiochisti o costretti a scindersi in una parte pubblica, obbediente, e in una privata, disobbediente.

Al dettagliato elenco di Bobbio si potrebbero aggiungere tutti quegli italiani delle campagne, dei paeselli che hanno sopportato i podestà come avevano sopportato i signori feudali – quasi che il tempo riproponesse, immutabile, ciclico, le stesse angherie, la stessa separatezza “genetica” tra chi comanda e chi è comandato. Le foglie, d’autunno sono gialle allo stesso modo e tra un’armatura di ferro e una camicia nera è superfluo distinguere. Questa gente fa la fame, ha paura, aspetta che il Potere arrivi sull’uscio di casa nelle vesti del postino con la cartolina d’arruolamento o con la notizia d’un figlio caduto al fronte – e qualche madre di ritorno dalla sorgente dov’è andata a “cogliere l’acqua” sviene, e l’acqua si disperde per il vico pavimentato di sassi. Talvolta, nelle campagne, succede che i tedeschi sgozzino intere mandrie, rabbiosi come lupi per non aver trovato l’ebreo o il partigiano nascosto, e facciano razzia del cavallo più bello, regalo di uno sposo alla sua sposa. La distanza che corre tra la Storia e la vita di questi italiani è palpabile negli scatti di Robert Capa al seguito delle truppe Alleate nell’estate del ’43: il contadino nei pressi di Troina che indica a un ufficiale americano la direzione del convoglio tedesco sembra partorito dalle viscere della terra, nato da denti del drago, il viso arso come la pianura che ha alle spalle. L’ufficiale l’ascolta con un misto di curiosità e incredulità, come avesse davanti un animale parlante.

I ciechi brancolanti del breve componimento di Villani sono i popoli che in questi anni tragici hanno incendiato l’Occidente facendone un deserto del nulla: il 30 aprile 1945, il primo dei ciechi dell’interminabile carovana, Adolf Hitler, si suicida. Otto giorni dopo, la Germania si arrende: è la fine della guerra in Europa. Ma la carovana ancora s’aggira: le bombe di Hiroshima e di Nagasaki vengono lanciate d’estate, precisamente il 6 e il 9 agosto. Il 2 settembre è proclamata la fine della seconda guerra mondiale: la marcia dei ciechi placati prosegue lungo le dune, come ogni sera.

 

1960 – Francis Jeanson arrestato a Ginevra

Il filosofo francese Francis Jeanson (1922- 2009) sostenitore della guerra d’indipendenza dell’Algeria, studioso e amico di Albert Camus, oltre che di Sartre sul quale ha scritto numerosi studi, ha collaborato per anni alla rivista “Les Temps Modernes”.   negli anni ’50 fonda una rete di sostegno al Fronte di liberazione nazionale algerino, per questo viene condannato in contumacia a dieci anni di carcere nel 1960, ma è amnistiato sei anni piu’ tardi. Nel 1966 è incaricato da André Malraux di costituire la Casa della cultura di Chalon-sur-Saône (1967-1971). Nel 1992 diventa presidente dell’Association Sarajevo, a sostegno del popolo bosniaco e si candida nella lista “L’Europe commence à Sarajevo” del professor Léon Schwartzenberg per le elezioni europee del 1994.

Jeanson è arrestato il 6 ottobre 1960 in casa di Silvano Villani, dove si è rifugiato. La polizia ginevrina arresta anche il giornalista, che viene rilasciato dopo poche ore e nella notte fra il 7 e l’8 ottobre invia al suo giornale, il “Corriere della Sera”,il resoconto di quel che è accaduto. Ne viene fuori il ritratto vivido del filosofo, le sue inquietudini, il tratto adolescenziale del suo carattere che gli fa prendere tutto molto seriamente. I giovani si assumano le proprie responsabilità – dice Jeanson rivolgendosi soprattutto ai ragazzi francesi affinché prendano  posizione contro il colonialismo – senza attribuire il peso e il senso di ogni loro gesto all’ambiente, alla famiglia, alla società. Un invito valido per la gioventù di ogni tempo e paese.

Silvano Villani, Francis Jeanson arrestato a Ginevra,  Corriere della Sera, sabato 8 ottobre 1960

Ginevra, 7 ottobre, notte.

Non abbiamo avuto molta fortuna né io né lui, il prof. Francis Jeanson che la polizia francese ricerca da tanto tempo e che quella svizzera è riuscita ad acciuffare ieri sera a casa mia. L’intervista, o meglio, la conversazione, lo scambio di idee, forse il battesimo di un’amicizia, avrebbe dovuto aver luogo ieri sera a casa mia intorno a una bottiglia di buon whisky. E una bottiglia di whisky aveva, appunto, sotto il braccio Jeanson rientrando al n. 7 di Chemin de Roches dove io abito, ieri verso e 17.30: ma un quarto d’ora dopo ci siamo trovati tutti quanti ospiti in camerette separate all’ultimo piano del Palazzo di Giustizia di Bourg-de-Four dove la brigata politica della polizia federale e i suoi clienti sono, diciamo, alloggiati in casi di emergenza.

Il primo incontro

Non ho avuto fortuna io perché da un pezzo aspettavo l’occasione d’incontrare Jeanson e di discorrere con lui, e di conoscerlo; non ha avuto fortuna lui perché la volta che questa occasione si è presentata, si sono presentati anche tre efficienti funzionari della brigata politica di Berna: il dialogo è stato interrotto, e Jeanson, per la prima volta, penso, in vita sua, è ora sotto chiave. Volevo presentare il personaggio e non riferire le sue dichiarazioni politiche. Raté, come dicono i francesi: ho mancato il colpo.

Jeanson telefonò a casa mia ieri verso le 12.30. E’ utile che premetta che lo avevo già incontrato prima: sta nella deposizione che ho firmato a Bourg-de-Four e soprattutto tengo a non scostarmi da quanto è detto in essa. Incontrai, dunque, Jeanson per la prima volta un paio d’anni fa a Parigi con altri amici in un bistrò: si discusse insieme di questioni morali e un po’ anche di geologia. Non so se egli se lo ricordi: non ne abbiamo parlato quando ci siamo rivisti qua, ma penso che non mi avesse dimenticato, poiché non dubitò di telefonarmi quando un amico comune gli passò il mio numero.

Questo amico comune gli passò il mio numero di telefono alcune settimane fa, quando Jeanson a Ginevra concesse un’intervista al corrispondente d’un giornale della Svizzera tedesca. Mi telefonò, venne da me una sera dopo cena per il caffé, si parò di ragazze, di matrimonio, dell’educazione dei figli: se ne andò verso le 23 perché non voleva perdere non so se un treno, un tram o un autobus. Non gli chiesi da dove fosse venuto né dove fosse diretto. Gli spiegai solo che sarebbe stato molto gentile da parte sua se avesse trovato il modo, in un’altra occasione, di trattenersi con me un po’ più a lungo, e aggiunsi che il piacere della sua compagnia non doveva farmi dimenticare i miei compiti di giornalista.

Ma qualcosa di lui comunque mi pareva di aver già capito. Jeanson è un uomo che ha l’aspetto d’un ragazzo sempre attento a quello che si dice e si fa, in tal modo interessato a quello che il suo interlocutore sostiene da costringere quest’ultimo a un’estrema attenzione: non si può con lui parlare vagamente, superficialmente di questo o di quello, come non lo si può fare appunto con un ragazzo – ce n’è in giro – il quale, le volte che accetta di parlare e di scambiare idee con qualcuno, idee e cose pensate hanno da essere, e non chiacchiere per far passare il tempo. Io ho avuto così un professore molto tempo fa, di lettere, e non di filosofia come Jeanson, talmente occupato a stare a sentire, a capire i suoi allievi, che le ore di lezione trascorrevano in discussioni perfino su argomenti personali: e i libri di testo ci se li andava a leggere a casa come romanzi rivelatori, avventurose scoperte, stimolati dall’ambizione di poter con lui continuare ad argomentare su un tema in comune. Professore e allievi diventano così una piccola comunità, e l’allievo ha l’impressione – che non è falsa, che non è un’illusione – di dare al maestro tanto quasi quanto riceve.

Jeanson è uscito, io penso, da un’aula di liceo come questa per gettare il dubbio nella coscienza della Francia. Non frequente, ma non inverosimile evoluzione nella coscienza di un insegnante. Di ciò comunque non si parlò né allora né ieri. Ieri dunque, come ho detto, Jeanson telefonò verso le 12.30.

Monsieur Vincent

Io non ero a casa, ma la domestica era avvertita: “Quando un signor Vincent telefona (Vincent era il nome convenzionale che mi aveva dato) lo faccia salire subito” le avevo detto. Salì e mi attese. Non era solo: con lui mi attendeva Cécile Ragagnon, che è stata famosa a Parigi qualche anno fa come cantante di operetta, e che ora penso è una delle sue principali collaboratrici: d’altronde al processo che si è svolto a Parigi nei giorni scorsi ella è stata condannata a dieci anni di carcere come Jeanson. Erano – tale fu la mia impressione, esatta d’altronde – stremati.

Si fece colazione insieme. Cécile parlò poco: erano, come dovevano dirmi poi, da due giorni e due notti in fuga, e avevano dormito in tutto non più di tre ore. Jeanson aveva i tratti tirati; e tuttavia la sua indole naturalmente gaia e soprattutto la sua attenzione costantemente all’erta riuscirono a farmi dimenticare il suo aspetto affaticato. Jeanson è un uomo di media statura, forse perfino un po’ al di sotto della media, sottile, bruno di capelli, gli occhi blu con smaglianti pagliette grigie sparse nell’iride. Aveva l’aspetto affaticato: in realtà – e anche questo ho saputo dopo, e da Cécile, mentre egli era assente – è molto malato: malato di petto, ai polmoni, malato di nervi, malato allo stomaco, per cui riesce a digerire solo alcuni cibi, vino rosso e whisky: perfettamente, pare, quest’ultimo. Si parlò di divorzio, dei figli nati dal divorzio, poiché Jeanson è figlio di genitori divorziati.

E le sue idee in proposito sono abbastanza interessanti. Esiste troppa pietà, egli dice, troppa e pericolosa disposizione a giustificare i figli dei genitori divorziati, la società – non sempre le famiglie, ma sempre la società – è troppo incline a rovesciare sull’ambiente, sui genitori, su altri insomma, le responsabilità della condotta dei giovani. I giovani hanno bisogno di soffrire, egli dice, hanno bisogno di individuare rapidamente i loro obiettivi: figli o no di genitori divorziati, i giovani non devono essere stimolati ad attribuire ad altri la responsabilità della propria condotta: e c’è troppa stampa, troppa propaganda, troppa opinione pubblica, infine, che si occupa di creare intorno a loro uno spesso nido d’ovatta, dove le loro azioni, le loro idee, la loro vita, infine, che si perde, alienata, distaccata dalla sua sorgente: ad altri moventi e non ai loro imputata.

E qui c’è il nesso con la massima ambizione di Jeanson, figlio di genitori divorziati, che ha recuperato adulto il padre dopo una lunga infanzia trascorsa in una ostilità da altri alimentata contro di lui, la massima ambizione, dicevo, di risvegliare – questo è il suo programma – la gauche francese, figlia nella sua opinione, anch’essa di un divorzio, ed esonerata dalle proprie responsabilità dalla forza delle circostanze. Ma di ciò – degli aspetti politici della questione – si parlò poco. Si parlò invece della moglie – dalla quale Jeanson è separato da tre anni – che vive a Parigi con la madre e col figlio, un ragazzo di dieci anni che frequenta la scuola e che ogni giorno deve affrontare i compagni i quali non dimenticano mai che egli è infine il figlio del prof. Jeanson: “Ha resistito per settimane e per mesi alle allusioni e al peggio: finché un giorno ha menato. Le ha prese: ma da allora nessuno è tornato più sull’argomento.

Telefonata fatale

Si è parlato infine d’una vecchia domestica bretone che è da anni in casa Jeanson e che egli, pur disponendo ormai di assai poco denaro, deve continuare a tenere al proprio, o meglio, al servizio della propria famiglia: perché non si può licenziare una vecchia domestica affezionata solo perché non si è sicuri di poterle corrispondere ogni mese il salario pattuito. Si evitò ogni argomento compromettente a colazione, poiché la cameriera andava e veniva e non era opportuno che lei fosse messa al corrente della identità di Monsieur Vincent. Verso le 15 Jeanson avvertì che si doveva aspettare una telefonata diretta a Cécile: e infatti arrivò pochi minuti dopo.

Ed è stata probabilmente quella che l’ha perduto. Molto probabilmente infatti il telefono della persona all’altro capo del filo era controllato ed è stato così facile identificare il mio numero. Jeanson disse che doveva uscire per certe sue commissioni e che ci si sarebbe rivisti più tardi e che si avrebbe avuto l’occasione finalmente di parlare un po’ più a lungo e in tranquillità.

Cécile chiese di stendersi sul letto. Io avevo altre cose da fare e mi ritirai in un’altra stanza. Verso le 17 arrivò a casa mia (e probabilmente era la stessa persona che aveva telefonato un paio d’ore prima) un giovane di Friburgo. Jeanson non rientrava, e io avevo un appuntamento alle 18. Dissi dunque a Cécile e al giovane di Friburgo che mi dovevo assentare per qualche minuto: mi attendessero. Scesi e al portone sulla strada tre signori mi chiesero i documenti. Mostrarono immediatamente, prima che io estraessi le mie carte, la tessera della polizia. Esaminarono i miei documenti e conclusero che non ero l’uomo che cercavano: stavano – tale fu la mia impressione – per andarsene quando proprio in quel preciso momento, Jeanson rientrò con la bottiglia sotto il braccio. Qualche minuto dopo eravamo tutti – Jeanson, Cécile, il giovane di Friburgo e io – a Bourg-de-Four.

Niente estradizione

Venne assegnata a ciascuno di noi una stanzetta; fummo interrogati separatamente, e tengo a precisare, per quanto mi riguarda, di essere stato trattato con  perfetta cortesia e ogni riguardo.

La mia permanenza a Bour-de-Four è durata tre ore: quanto a Jeanson, a Cécile e al giovane di Friburgo, credo che essi siano ancora là mentre telefono. E credo che lo siano molte altre persone: poiché una vasta operazione di polizia decisa dal Governo di Berna è in corso da un paio di giorni almeno. L’operazione è tuttora in corso. Mentre mi trovavo a Bourg-de-Four due altri agenti di polizia – l’ho saputo in seguito – sono venuti a bussare alla mia porta e alla domestica hanno chiesto se attendessi qualcuno in casa mia nella serata. Evidentemente né lei né io sapevamo di dover attendere qualcun altro. Nessuno d’altronde è venuto. Ma per tutta la notte nella strada dove abito s’è dato gran movimento, automobili posteggiate negli angoli, andare e venire di signori e anche di signore che si davano l’aria di portare a spasso il cane alle 4 e alle 5 del mattino, passi sulla ghiaia del giardino di fronte, scambio di brevi fischi convenzionali da un capo all’altro della strada.

L’uomo che all’alba porta il latte era interdetto: ha posato le bottiglie ed è dileguato rapidamente verso il sole sorgente. Si sentiva spaesato. Jeanson e i suoi amici saranno trattenuti probabilmente fino a che De Grulle non avrà terminato il suo giro nella Savoia. Poi verranno espulsi. Dovranno scegliere un altro Paese. In ogni caso non saranno consegnati alle autorità francesi.

Il loro arresto – l’autorità di Berna tiene a precisarlo – non è in alcun modo connesso con la condanna pronunciata contro di essi a Parigi. Esso è un fatto puramente amministrativo per la ragione che da tempo ormai a Jeanson è stato rifiutato il permesso di soggiorno sul territorio elvetico. Egli potrebbe chiedere l’asilo politico: ma a parte il fatto che gli sarebbe probabilmente rifiutato, è sicuro che egli non lo chiederebbe mai. L’asilo politico comporta l’impegno a rinunciare a ogni attività politica: e Jeanson vuole andare jusqu’au bout, come egli dice, fino alla fine. Egli è persuaso che la sua parte, quella parte dell’opinione pubblica che egli ha messo in movimento, finirà per prevalere. Non si batte contro uno Stato: “mi batto – egli dice – contro un regime”.

Silvano Villani

1950 – Rosinella bestemmiava e mangiava il sapone

Silvano Villani, Rosinella bestemmiava e mangiava il sapone, “Il Momento”, anno VI, n. 12 – giovedì 12 gennaio 1950

Grottaferrata, 10 – La città delle ragazze, sorta nei Castelli Romani, è finora la prima ed è l’unica del genere non solo in Italia, ma anche in Europa e forse nel mondo. Essa è a Borghetto, frazione di Grottaferrata a quindici chilometri da Roma, ed è costituita da una villetta a due piani e di qualche metro quadrato di orto.

La Befana è arrivata tardi per le giovani cittadine, perché il medico, il dentista e qualche altro amico della signora Maria avevano preferito festeggiare l’Epifania in famiglia, tra i loro figli, e rimandare a domenica la visita alla Domus Nostra con i doni per le ragazze. Di esse, la maggiore non passa i quindici anni: in quel batter d’occhio che è stata la loro vita ben altro avevano conosciuto che i libri di fiabe e le caramelle regalate loro in questi giorni. Un pupazzetto è toccato a Rosinella, una morettina di dieci anni, che ride sempre, non appena uno le rivolge la parola o le fa un cenno affettuoso. La prima volta che la portarono in chiesa, mentre il prete era all’elevazione e la gente chinava il capo in silenzio, chissà perché, gridò una bestemmia tale che avrebbe atterrito un taverniere. Ne conosce moltissime, di quelle lunghe, elaborate, complesse e nei primi tempi ricorrevano con estrema frequenza sulle sue labbra sempre pronte al sorriso. Oppure diceva a chi le veniva vicino: “E che ce l’ha il giovinotto per stanotte?”. Il repertorio delle sue espressioni non usciva dall’ambito di questi argomenti. Perciò adesso parla poco. Quando alla Domus le fecero vedere il letto, andò a stendersi sotto, e la prima volta che le posero in mano un pezzo di sapone credette che fosse da mangiare e l’addentò. Leccava i piatti, mangiava con le mani. E rideva. L’esame ha rivelato in lei un trauma psichico dovuto a violenze virili subite non si sa a che età. Costituzionalmente e psichicamente è rimasta all’età di cinque anni.

A questo ha contribuito anche la madre che tentò due volte d’ucciderla, prima gettandola nel fuoco – e sul corpo della ragazzina sono rimasti i segni, una orrenda cicatrice di scottature di terzo grado che le fascia la vita – e poi buttandola nel fiume.

Alla Domus è stata addestrata a fare o non fare certe cose – a dormire sopra e non sotto il letto, a non mangiare il sapone, a non leccare i piatti, a non dire certe cose. Ma non si è riusciti a farle superare la barriera di terrore. E’ rimasta lì dietro, una piccola selvaggia di cinque anni, che ride sempre e che ora sa dire solo: “non lo farò più”. Ha una risata franca, allegra, ma chi conosce la sua storia, vi avverte anche una piega d’incertezza, e capisce quanto poco basterebbe per tramutarla in un urlo di spavento.

***

La società ha ora deciso che le “case chiuse” sono immorali e ne ha decretato l’abolizione, ma nessuno aspetta che un raffreddore diventi polmonite per curarsi.

Perché si cominciasse a pensare anche alle ragazze, c’è voluta la passione d’una donna che con quest’opera tenta ora di colmare il vuoto scavato nella sua vita dalla morte del marito.

A dire il vero la vedova Tinto Rocca aveva accarezzato il progetto per molti anni. Fu tuttavia dopo il lutto che si decise a parlarne a padre Flanegan, il creatore della prima “Boy’s town”, di cui, fra l’altro, la signora è cittadina onoraria. E padre Flanegan le disse: “Cominci. Dal nulla, con poco, ma cominci. Avrà il mio appoggio morale”.

Maria Tinto Rocca è italiana d’origine, e cittadina americana, e negli Stati Uniti doveva sorgere la prima “Girl’s town”. Ma scoppiò la guerra, ed ella si arruolò nella divisione italiana dei servizi economici del Ministero degli Esteri. Alla fine della guerra passò all’Unra, e con l’Unra venne in Italia, dove decise di istituire la prima “città delle ragazze”.

Tornò oltreoceano per raccogliere i fondi. Organizzò tra i suoi amici un “American Council for Domus Nostra” che le fruttò qualche dollaro, e vendette tutto quel che possedeva, ricavandone quindici milioni di lire circa. In primo luogo bisognava comprare una casa con un po’ di giardino intorno, e di questo incaricò un gruppo di persone in Italia. Ma il gruppo di persone, di cui per pietà non facciamo i nomi, comprò vicino a Roma una tana di topi e di scarafaggi in cima a un dirupo, la pagò un milione e disse di averne spesi due. Così la signora ci rimise un milione, tanto per cominciare, e aprì la prima Domus Nostra in quella tana di topi, dove accolse otto ragazze. Era il settembre del ’47. Presto si accorse che era impossibile continuare ad abitarci e fu tanto fortunata da trovar a rivendere la catapecchia in cui nel frattempo erano stati fatti dei lavori. La Domus Nostra si trasferì così nella villetta dove ha sede tutt’ora – una villetta di otto o nove vani, di cui quattro sono occupati da profughi, e gli altri dalle ventidue ragazze.

In due anni e rotti, Domus Nostra ha divorato le risorse della signora, i risparmi offerti da qualche amica, i fondi dell’”American Council”, cinquantamila lire donate dal Papa, e centodiecimila donate dall’Ente per la Protezione Morale del Fanciullo. L’Ente aveva promesso anche di corrispondere 3000 lire al mese pro capite, ma la Domus non ha visto una lira finora. L’”American Council” invece continua a inviare i suoi contributi, che però non superano le centomila mensili. Mentre la Domus ne spende trecentomila. Due medici e un dentista si prestano gratis, il personale – quattro donne – è volontario, volontaria è la maestra.

La Domus assunse fin da principio il suo carattere di anticollegio sistematico. Niente uniformi, niente direttrice, niente sorvegliante. La signora è “mammina”, le assistenti sono “zie”, i medici “zii”. “E ho avuto ragione io” diceva ora la signora: “non rubano, non scappano, non fanno niente di quel che facevano prima di venir qui. Io mostro di aver fiducia in loro: le mando a fare la spesa, do loro le chiavi della dispensa, le lascio uscire quando vogliono. Ed è andata sempre bene”.

Le ragazze imparano a fare dei lavori che le mettono in grado di trovarsi un posto quando escono dalla Domus, a diciott’anni. Talvolta escono anche prima, perché il padre o la madre le rivogliono a casa. Questo è capitato a Romana, per esempio. Romana entrò alla Domus che era bambina. Entrò piangente, sfuggita all’ultimo tentativo di violenza del padre. Alla Domus si fece donna. Il padre la vide e la rivolle a casa in un periodo che la moglie aveva dovuto riparare all’ospedale per dare alla luce l’ennesimo bambino.

Altro caso quello di Lucia. La madre aveva piantato lei, il marito e altri otto figli per seguire al nord gli Alleati. I figli cominciarono allora a pensare ognuno per sé, dato che il padre impiegato alle ferrovie, ben poco tempo e danaro poteva più dedicare a loro. La maggiore delle ragazze si diede subito alla “vita”. Lucia invece fu recuperata in tempo dalla Domus. Senonchè la madre è tornata e ha rivoluto indietro la figlia, e Lucia, quindicenne, tornata a casa, ha preso ora la strada della sorella maggiore.

“Per fortuna, non sempre il nostro lavoro va perduto in questo modo”, dice la signora. “Ecco Marisa, per esempio: bisognava vederla quando entrò qui. Un chiodo”. Così malridotta, che le piaghe per le ultime botte ricevute rimasero aperte per mesi. Aveva otto fratelli quando entrò alla Domus, e la madre moribonda, che spirò qualche giorno dopo. Sul letto ancora caldo il padre ci portò una ragazza in procinto di regalare a Marisa un altro fratellino.

La madre di Pia, infine, riceveva in casa gli uomini, davanti a lei, e lei in assenza della madre invitava i ragazzi della strada per fare con loro quel che aveva visto fare prima dalla madre. “Così ce ne sono migliaia e migliaia”, dice la signora. “Ma dove le metto? Il mio progetto sarebbe di trovare un po’ di terreno per costruirci quattro o cinque casette. Il terreno forse si può trovare, ma come faccio a pagarlo? Oramai le nostre risorse sono finite”.

Silvano Villani

1950 – L’ombra del terzo uomo sul delitto di Ripatransone

Silvano Villani, L’ombra del terzo uomo sul delitto di Ripatransone, “Il Momento”, anno VI, n. 120, domenica 30 aprile 1950

Ripatransone, 29 aprile – Questa sera è partito per Roma il verbale sui fatti di Ripatransone redatto dal tenente dei carabinieri Sardi, che ha condotto le indagini insieme con i funzionari di Ascoli. Apparentemente, perciò il caso è chiuso. Il quadro degli avvenimenti come è stato tracciato nel rapporto, è preciso e convincente; il cadavere di Franca Schintu è stato ricomposto dopo l’autopsia, e da tre giorni giace sotto un rettangolo di terra non consacrata al cimitero; Guido Mazzoli è all’ospedale con una pallottola che gli balla sotto l’osso zigomatico destro e i medici aspettano che scenda per potergliela estrarre senza deturpargli la faccia. Tra dieci giorni, forse, egli potrà uscire.

Su Ripatransone, oggi, è tornato il sole e l’azzurro, dopo tante crucciose giornate di pioggia: l’Adriatico lampeggiava 500 metri più sotto e all’orizzonte, stamattina che era limpido, si potevano scorgere le isole della costa dalmata. Una grande calma, finalmente, dopo tanto andare e venire di poliziotti, carabinieri e giornalisti. Verso le 16, due vecchi preti, curvi sotto il sole, hanno attraversato lentamente la piazza e sono entrati nella chiesa. Ripatransone si è lavata del sangue, ha spazzolato le sue strade ultracentenarie ed è tornata a sonnecchiare tra le sue mura trecentesche. Non pare credibile che ancora una settimana fa, proprio qui, sia successo tutto quello che è successo.

Il meccanismo della tragedia è stato smontato, esaminato pezzo per pezzo, e rimontato. Funziona. Ed a molti interrogativi, non poco complicati, ha esaurientemente risposto. Non a tutti, però; per esempio, nel rapporto non è detto quando e da chi è stata riparata la Beretta 6/35, ed è questa la sola e problematica pista che al tenente Sardi resta da battere. Ma ecco, a conclusione del grosso delle indagini, questo piccolo particolare, la cui spiegazione in nessun modo probabilmente contribuirà a modificare l’attuale versione dei fatti, ecco che rievoca di nuovo l’ombra del terzo uomo, non come partecipante diretto, ma come complice, come mandatario forse, e alla quale rinviano alcuni punti di secondaria importanza, per il momento, ma rimasti ancora nell’ambiguità.

Quando nel 1944 la Franca venne da Roma a Ripatransone aveva con sé una Beretta 6/35 fuori uso per via del percussore che era rotto. Nel 1945 il marito, per conto della moglie, portò l’arma all’armaiolo di Ripatransone, ma questi non riuscì a farci niente e qualche giorno dopo gliela restituì così come stava. Si tratta della Beretta con cui Franca ha sparato al marito e si è uccisa e che, dunque, era stata riparata. Dall’esame, infatti, è risultato che il percussore rotto è stato sostituito con uno nuovo, ma inserito nell’arma in un modo piuttosto rudimentale, da persona pratica di lavori manuali, da un operaio, da un artigiano, ma non in ogni caso da un conoscitore d’armi.

Tre volte e non due, Franca ha caricato l’arma e quattro erano i proiettili. Il primo è stato trovato, come è noto, insieme con il caricatore, nella tasca della giacca del marito in un armadio; aveva il fondello intaccato: il percussore vi aveva battuto sopra ma senza farlo esplodere; il secondo proiettile ha ucciso Franca; il terzo ha ferito il marito. Il quarto si trova conficcato in un muro dello scantinato, dove un bossolo è stato trovato mezzo interrato. Nella borsetta della donna, infine, è stato rinvenuto il percussore rotto. L’arma, perciò, era stata riparata recentemente e Franca era andata a provare, forse la stessa domenica, nello scantinato. Ed è questo un importantissimo particolare. Ciò significherebbe che ella aveva in mente da tempo un piano, in cui però la sua morte non era calcolata. Possiamo dire con assoluta certezza, che se il marito fosse rimasto ucciso, Franca oggi sarebbe ancora in vita. Né ella si uccise per rimorso, o perché improvvisamente pentita di ciò che aveva commesso in un attimo di furore. L’attimo di furore venne poi: ella si uccise per disperazione, si uccise perché il suo piano era fallito.

E il piano era il seguente: uccidere il marito, ma in modo da far passare questa morte per un suicidio. Solo così si spiega la presenza del caricatore nella tasca della giacca nuova che Guido usava mettere nei giorni di festa – e quel giorno era domenica. Sparato il colpo, invece, vide il marito balzare dal letto e chiudere la porta, lo udì muoversi nella stanza, tutt’altro che morto. Allora possiamo ricostruire così i fatti: ella caricò la postola, la posò in qualche parte vicino alla porta chiusa, scese nello scantinato, prese la scala a pioli e per la finestra entrò nella stanza. A che scopo? Non per soccorrere il marito ferito, ma per tutt’altra ragione, per finirlo. E invece l’uomo non c’era più. Allora aprì la porta, afferrò la postola e si uccise proprio perché non c’era più speranza. Questo ci deve ancora far riflettere? Non si può supporre che Franca mirasse soltanto a liberarsi del marito. Essa aveva in mente qualche altro scopo ancora, per esempio ricostruirsi una vita, risposarsi forse, ed aveva delle buone ragioni per credere che tutto questo le sarebbe stato possibile. Meditava una fuga, e non da sola.

 

Silvano Villani

1950 – La catastrofe dell’Europa non sarà che un episodio

Silvano Villani, La catastrofe dell’Europa non sarà che un episodio, “Il Momento”, anno VI, n. 41, venerdì 10 febbraio 1950

II

Il problema demografico è il chiodo fisso d’ambedue gli Huxley, di Aldous e di Julien. “La popolazione di Formosa – ha scritto Julien – si raddoppia ogni trent’anni. Lo stesso quella di Haiti. Quando io andavo a scuola, l’Egitto contava nove milioni d’abitanti, ora ne ha venti. Sessant’anni fa la popolazione del Giappone era la metà di quella di oggi – e sappiamo tutti che carica d’esplosivo sia la pressione demografica giapponese. Durante la guerra, nonostante le stragi, è aumentata di cinque milioni, e altri cinque le si sono aggiunti in questi pochi anni di dopoguerra”.

“Insomma – egli conclude – se si continua di questo passo, tra quattrocento anni la popolazione del mondo avrà raggiunto i cento miliardi”.

Vero è che noi non ci saremo, molto probabilmente, per pigiarci in quella folla. Ma il problema si sarà già posto in tutta la sua gravità tra qualche anno, quando molti di noi saranno ancora quaggiù.

Sir John Russell ha scritto: “L’aumento della produzione alimentare su cui possiamo fare affidamento sarà tale da soddisfare le esigenze di una popolazione cresciuta nella proporzione che si manifesta in Occidente. Potrà invece essere insufficiente nelle località dove la popolazione aumenta nella proporzione orientale”. “Quell’espressione ‘località’ – commenta Julien Huxley – è un capolavoro di diplomazia. Ricorda certi titoli comparsi sui giornali inglesi: ‘bufera nella Manica. Il Continente isolato’. Poiché la proporzione orientale cui allude sir John Russell è quella che caratterizza l’aumento della popolazione nell’Europa orientale, in Asia, in Africa, in Australia e nell’America del Sud. Come dire che le ‘località’ comprendono due terzi almeno della razza umana”.

E balza ora repentinamente in luce l’altro per noi più sinistro aspetto del problema cui dà luogo l’incremento demografico mondiale. Solo Aldous Huxley, per quel che ne sappiamo, vi ha accennato in un allarmante articolo dal titolo “Double Crisis”. La popolazione in Asia e in Africa aumenta del due, e talvolta anche del tre per cento. In India, stando alle cifre comunicate dallo Health Survey and Development Commettee, ogni dieci anni la popolazione cresce di otto milioni di unità. Mentre nell’Europa occidentale e nell’America del Nord l’aumento è minimo – seppure c’è, seppure non sono i decessi a superare le nascite. Nel 1970 – scrive Aldous Huxley – le popolazioni di Gran Bretagna e di Francia saranno scese di quattro milioni di unità ciascuna. La prevalenza dei decessi sulle nascite è da aspettarsi anche per Germania, Svizzera, Svezia, Norvegia, Italia settentrionale e Stati Uniti – solo tra più anni. Mentre per la stessa data l’Unione Sovietica avrà settanta milioni di cittadini in più, l’Asia e l’Africa decine e decine di milioni di gialli e di neri in più. Neri in più anche negli Stati Uniti – dove il problema “negro” per quella data forse sarà già diventato un problema “bianco”. La natalità declina nei paesi più progrediti, e particolarmente tra i membri più dotati intellettualmente di questi paesi. Per molte ragioni. Anzitutto perché la civiltà ha fatto sì che l’aver molti figli non sia più una ricchezza ma un onere economico spesso insopportabile. In secondo luogo perché la civiltà, la cultura e l’intellettualismo in generale, isteriliscono gli individui. Non è sempre perché non li vogliono che le persone intellettualmente dotate non fanno figli; molto spesso è perché non possono generare. L’aver parecchi figli a quanto pare è un privilegio – o una disgrazia – riservata in primo luogo agli ignoranti e agli individui scarsamente provvisti di quel che correntemente si dice spiritualità. Questo è stato constatato da sir Cyril Burt secondo il quale, per la fine del secolo, in Gran Bretagna ci sarà un numero pari solo alla metà di quello d’oggi di ragazzi in grado d’affrontare gli studi superiori. Abbonderanno invece i deficienti, che saranno il doppio.

Ciò vale anche per il resto dell’Europa occidentale e per i bianchi dell’America del Nord. Il declino della capacità intellettiva media tra gli alunni è un fenomeno che ogni professore, la cui carriera abbracci un certo numero d’anni, può constatare da sé. Agli ignoranti, ai cretini bisogna poi aggiungere i malati, quelli che tirano avanti a furia di iniezioni, di pillole e di ricostituenti, i tarati, i costituzionalmente incapaci, il numero sterminato di coloro, insomma, che la selezione naturale spazzerebbe via, e che vivono, invece, e vivranno – grazie alla pietà dell’organizzazione civile in seno alla quale siamo nati – e che faranno figli, o tenteranno di farne.

Non è neanche il caso di drammatizzare: ci basta tirare le pure e semplici conseguenze. L’Europa futura si troverà con una popolazione ridotta e in parte considerevole costituita dei discendenti dei cretini e dei tarati d’oggi di fronte a un’Asia, a un’Africa meno moderne, forse, meno civili, ma infinitamente più rigogliose d’umanità, cui farà gola quest’Europa debole e preziosa, sempre tale, nonostante i suoi infiniti guai, da destare le voglie dei barbari d’ogni terra. Avrà per difendersi numerosi tipi di spaventose atomiche, avrà perfezionate e micidiali armi batteriche – ma non è detto che i suoi avversari non le possiedano anche. Anzi le hanno già. Per secoli l’Europa s’è logorata e s’è avvelenato il sangue china sui suoi diabolici fornelli per estrarne i miracoli della sua tecnica. Credeva forse di lavorare per sé sola, ma è andata diversamente. Tutto il mondo ne ha profittato: hanno le armi dell’Europa, hanno la medicina dell’Europa, ma non hanno pagato il prezzo che l’Europa ha pagato. Anche in Cina, anche in India, certo, prima o poi, la nostra civiltà farà sentire i suoi effetti: ci saranno anche là paranoici, deficienti, mostri di sapere, poeti maledetti e scienziati atomici; anche là gli intellettuali s’accorgeranno di dover scontare le gioie dello spirito con l’impotenza a procreare – ma questo in un tempo più remoto. Ora hanno le nostre bombe piene di batteri, le nostre Università, la televisione – soprattutto hanno le nostre idee. Aveva ragione Spengler? “Aveva ragione Malthus” dice Julien Huxley. La catastrofe dell’Europa, il tramonto dell’Occidente non potranno essere eventualmente che degli episodi. Per il Duemila sarà l’Europa sola, forse, grazie alla sua maggiore consapevolezza a tremare di fame o di paura da morire. Dopo, sarà tutto il mondo di fronte al solo tremendo problema demografico. Ci sarà il Terzo Millennio? “Non raggiungeremo i cento miliardi – scrive Julien Huxley –qualcosa accadrà, qualcosa deve accadere prima”.

 

Silvano Villani

1950 – Moriremo di fame o di paura nel 2000?

Silvano Villani, Moriremo di fame o di paura nel 2000?, “Il Momento”, anno VI, n. 40, giovedì 9 febbraio 1950

 I

Stando ai calcoli, nel Duemila saremo in tre miliardi, vale a dire – sempre secondo i calcoli – troppi per questo mondo, che si va facendo ogni giorno più piccolo e povero in maniera preoccupante. Abbiamo obbedito al precetto al di là di ogni aspettativa: ci moltiplichiamo vertiginosamente.

Quanti erano gli uomini nel 5000 avanti Cristo? Forse venti milioni, non più comunque di quaranta. Siamo agli inizi della civiltà: nascono in quest’epoca le prime città, si inventa la scrittura, si comincia a far di conto, a lavorare i metalli, a coltivare la terra, a scambiare le merci. Sorgono le prime comunità organizzate. Tutto questo favorisce la moltiplicazione, e la specie tocca i primi cento milioni tra il 1000 e il 500 avanti Cristo. Durante i primi anni dell’Impero Romano siamo già a duecento milioni: il doppio. Ma è col secolo XVII che il ritmo della moltiplicazione diventa vertiginoso: 545 milioni nel 1650, un miliardo nei primi decenni del XIX secolo, due miliardi al principio del XX. Oggi, 1950, due miliardi e trecentocinquanta milioni. Se niente di spaventoso capita al pianeta nel frattempo, prima dell’anno Duemila saremo perciò in tre miliardi. La popolazione del mondo aumenta di 25 milioni di unità all’anno, come dire che ogni giorno 75.000 nuovi pellegrini approdano a questa terra. Nel computo naturalmente sono calcolati i decessi: l’aumento è assoluto, ma la cifra vale per oggi, non per gli anni futuri. La popolazione del mondo aumenta dell’1,15 per cento rispetto al suo totale. Questo uno per cento oggi vale 25 milioni, dato il totale, ma se cresce questo, cresce anche il valore dell’uno per cento. La cifra quindi sarà sempre maggiore coll’andare degli anni. Bisogna inoltre tener presente che in questo percento entrano non solo le nascite, ma anche le vite umane salvate dalla medicina: in India soltanto ci sono ogni dieci anni tre milioni di cittadini in più grazie agli interventi delle organizzazioni sanitarie. Molti altri continuano ancora a morire, naturalmente, in seguito a malattie, a carestia, in India e altrove, ma la civiltà è in cammino, e con la civiltà la medicina e la scienza in genere, che si propongono di salvare un numero sempre maggiore di vite umane, e magari anche di vincere la morte – ma non, comunque, di controllare le nascite. E per questa ragione nel Duemila forse moriremo di fame.

Diciamo Duemila tanto per fissare una data: si morirà di fame anche prima di arrivare all’anno fatale; si muore di fame oggi, in moltissime parti del mondo. Ma non perché la ricchezza è ingiustamente distribuita, o meglio, non solo per questo. Le ricchezze del globo sono un miliardo e seicento milioni di ettari di terra. Per procurarsi una dieta che sia scientificamente sufficiente, un individuo ha bisogno di un ettaro di terra. Siamo due miliardi e trecentocinquanta milioni di individui: il mondo già non basta per nutrirci tutti. Mancano, matematicamente parlando, settecentocinquanta milioni di ettari.

Questo per restare all’oggi. Ma se guardiamo al domani, all’immediato domani, la situazione si presenta ancora più complicata. I moderni metodi di coltivazione sottopongono la terra a una quotidiana erosione, cosicché la superficie produttiva, anziché aumentare diminuisce: ben 20.000 ettari di terra al giorno diventano sterili, e non producono neanche più erba per il bestiame. Al tempo stesso diminuiscono le altre risorse: il minerale di ferro a più alto rendimento negli Stati Uniti è ormai agli sgoccioli, lo stesso si può dire dello stagno, del rame, del petrolio. L’industria che incessantemente perfeziona i suoi metodi di sfruttamento per rispondere alle richieste ogni giorno crescenti sta saccheggiando un capitale di consumo che non si rinnoverà mai più. Risorse in diminuzione, popolazione in aumento; 20.000 ettari di terra in meno al giorno, al giorno 70.000 bocche in più da sfamare: le conclusioni ognuno le può trarre da sé. “L’uomo moderno – ha scritto Ward Shephard in Food and Famine (Cibo e carestia) – ha perfezionato due procedimenti, ciascuno dei quali è in grado di distruggere da solo tutta la civiltà: la guerra atomica e l’erosione del suolo”.

Ci sono naturalmente gli ottimisti, che credono nei miracoli della scienza, nel progresso indefinito della civiltà, nei valori intramontabili e che si rifiutano d’affrontare il problema. I più ottimisti di tutti sono gli uomini politici in generale, e i Grandi in particolare, che trovano sempre il modo di rimettere alle commissioni speciali dei sottocomitati tutte le questioni relative alla popolazione, al vettovagliamento, e così via, che sorgono nel corso delle loro conferenze, riservandosi di discutere il problema secondo loro molto più importante e complesso di chi dev’essere l’oppressore e chi l’oppresso. Quando invece affrontano il problema, ecco che gli ottimisti di colpo diventano ottimisti moderati, come per esempio sir John Russell, ex presidente della British Association, che lo scorso anno ha fatto un’interessante rassegna della situazione mondiale sotto la prospettiva “incremento demografico e vettovagliamento”. Il fatto gravissimo che è balzato subito in evidenza è stato naturalmente l’erosione del suolo, che però non è parsa affatto un problema insolubile. E’ stato citato a questo proposito il caso di Dust Bowl (scatolone di polvere) degli Stati Uniti, una vasta regione diventata sterile in seguito allo sfruttamento intensivo, e che rifertilizzata, produce ora più grano di prima. Nuovi metodi di coltivazione, dicono gli ottimisti, potranno aumentare la produzione agricola, la fabbricazione di fertilizzanti potrà essere raddoppiata con immenso vantaggio dei territori arretrati, dove la produzione di grano è ora meno di un terzo di quella dei paesi più progrediti, e meno di un quinto rispetto alla produzione delle fattorie più moderne di questi paesi. L’irrigazione potrà trasformare totalmente il quadro agricolo di regioni semiaride, e nuove terre che non conoscono ancora la vanga venir aggiunte a quelle produttive. E poi, perché no? Si può fare assegnazione anche sulla scienza, e sulla fabbricazione di nuovi alimenti sintetici, di estratti e simili. Insomma, un problema complicato, secondo gli ottimisti, ma niente affatto insolubile.

I quali ottimisti però non tengono conto d’un fatto di estrema importanza, che la popolazione del mondo in larga maggioranza oggi non gode di una dieta sufficiente. Mancano sempre, cioè, tanto per cominciare, 750 milioni di ettari. E se anche si riuscirà con diavolerie scientifiche a far sì che un miliardo e 600 milioni di ettari producano cibo sufficiente per due miliardi e 350 milioni di esseri umani, questi non saranno più due, ma tre miliardi, e sempre meno disposti a tirare ulteriormente la cinghia.

 

Silvano Villani

1950, Il problema della verità tra parentesi. A proposito di Jean Daniélou

  Domenica 11 marzo 2012, sul Domenicale de “Il Sole24ore” Gianfranco Ravasi ha pubblicato la recensione della biografia di Jean Daniélou scritta da Gianluigi Pasquale (Morcelliana, Brescia). Scrive Ravasi: “Nel 1962 è convocato a Roma da Giovanni XXIII come esperto del Concilio Vaticano II; nel 1969 Paolo VI lo nomina cardinale e Daniélou ingaggia una sfida intellettuale contro la secolarizzazione che allora stava ramificandosi nella società e infiltrandosi subdolamente anche in qualche propaggine della stessa Chiesa. Questo gli costò molte incomprensioni, attacchi e denigrazioni, destinate a far dimenticare lo straordinario lascito culturale e teologico attestato da una imponente bibliografia. Quest’ultima è raccolta in appendice al profilo del cardinale che Gianluigi Pasquale, docente all’Università Lateranense di Roma e al “Marcianum” di Venezia, ha saputo abbozzare in modo esemplare, tenendo conto proprio della complessità della figura di Daniélou dalle tante iridescenze umane, spirituali e culturali”.

Sulla scia di questo rinnovato interesse per Jean Danièlou si ripropone l’articolo che Silvano Villani pubblicò nel 1950 in “Fiera Letteraria”: Il problema della verità tra parentesi. E’ la scrittura ancora un po’ accademica di un giovane appassionato (all’epoca, Villani aveva 27 anni), ma estremamente attenta a cogliere con largo anticipo argomenti che negli anni a venire sarebbero stati di grande attualità.

SilvanoVillani, Il problema della verità tra parentesi, “La Fiera Letteraria”, anno V, n. 18, 30 aprile 1950

E’ ancora possibile il dialogo con i marxisti? Molti giovani pretendono di avere una azione marxista senza avere un pensiero marxista, dice Jean Daniélou

Questi dialoghi che il padre Daniélou instaura con le “personalità” più in vista del secolo non sono nuovi. Non sono nuovi gli interlocutori, non sono nuovi gli argomenti, non sono nuovi i temi. E’ l’incessante dialogo che mai ha avuto pausa nei secoli tra la Chiesa che reclama la parte di Dio, e lo Stato che si sottrae, mascherandosi dietro il comandamento “date a Cesare quel ch’è di Cesare e a Dio quel ch’è di Dio”; una frase, come dice Soloviev, “che è stata spesso tirata in ballo per sanzionare un ordine di cose che dà tutto a Cesare e niente a Dio”. Cesare ha sempre avuto l’occhio accorto per trovare nell’eresia il suo tornaconto, al tempo stesso che – vedi il caso – è sempre nella fastosa corte di Cesare che l’eresia ha finito col cercare rifugio, nonostante le sue ostentate preoccupazioni con l’interiorità. Ma, appunto, la corte di Cesare, come tanti salotti borghesi, ama adornarsi di questi personaggi, compromettenti entro ragionevoli limiti, che esercitano la professione di scegliere la libertà, un po’ ingombranti e loquaci, a volte, ma brillanti sempre e sempre disposti a distogliere Cesare dalla sua tristezza col loro amabile spirito.

Diceva qualcuno che il cristiano credente è un cattivo conservatore al tempo stesso che un rivoluzionario poco fidato. Come dire che il cristiano è un cittadino poco ossequioso delle leggi dell’evoluzione storica, che sono quelle della città terrena. L’osservazione riunisce i due punti di vista del reazionario e del rivoluzionario, che, con un certo scandalo, si trovano sempre a dover constatare che il cristiano credente è fino a un certo punto dalla loro parte e poi non più, e poi né a destra né a sinistra, e neanche – per intenderci – al centro. Né si dà un altro punto di vista per considerare questa sua posizione, storicamente. Di lui al massimo si può dire che non è più nella storia, o meglio, che in lui la storia finisce. In realtà il cristiano credente è una rivoluzione perpetua e totale, rispetto non a una determinata forza storica, ma alla totalità delle forze in gioco: egli sollecita la storia alla conclusione, la sollecita a non essere più storia. Viene a rivoluzionare l’equilibrio dei fattori storici per aprirlo a un altro intervento, all’irruzione di una forza storicamente inopinata e ingiustificata. Come dice il Daniélou: “il cristianesimo di oggi è l’erede del cristianesimo di sempre che ha lottato all’interno di tutte le forze storiche per mantenerle subordinate al servizio del destino eterno dell’umanità di cui esso è responsabile davanti a Dio”.

Perché le forze storiche, nate dalla terra, sulla terra ripiegano la loro parabola, e nella caduta si ridurrebbero a inerzia soltanto se al vertice di quella parabola non intervenisse l’esigenza cristiana a fornire il trampolino di lancio per un nuovo balzo: è la speranza cristiana che garantisce un avvenire e dà luogo alla storia. Questo il significato dei “Dialogues” del P. Daniélou: il cittadino della “civitas Dei” penetra nella ben fortificata città terrena e instaura la rivoluzione contro il corpo di leggi con cui essa si regge; fa violenza alle dottrine che la società secolare erige a sua norma e giustificazione in un determinato momento storico e le apre nel punto in cui esse pretendono invece chiudersi e concludersi in una ripetizione infinita il movimento che pure le condiziona.

Questi personaggi influenti, queste dottrine che più sembrano aver preso nella costituzione dell’attuale città terrena, che più di altre per il Daniélou hanno le “promesse dell’avvenire”, sono il marxismo, l’esistenzialismo, il protestantesimo, il giudaismo, l’induismo. Tutte dottrine, rispetto al cattolicesimo, che hanno per fine l’uomo naturale, e che con l’uomo concludono. Tutte fino a un certo punto della loro parabola, favorevoli all’uomo, e a lui nemiche oltre quel punto. Forze storiche, per usare un’immagine di Ireneo, che hanno la funzione del ramo su cui s’inerpica la vite, e che non serve più quando l’uva è matura.

E’ naturalmente al marxismo che è dedicato il primo dialogo e il più ampio, ed è su questo che noi ci soffermeremo.

La vera grande antitesi d’oggi non è socialismo-capitalismo, Oriente-Occidente, ma bensì, sostanzialmente, Comunismo-Chiesa: “O lutteurs êternels, ô frères implacables”, come li definisce Emile Rideau. Poiché bisogna immediatamente aggiungere, nel tentativo di deludere coloro che si fanno scudo della Chiesa e che alle spese delle sue angosce e dei suoi sacrifici sperano di poter ancora molto a lungo fare i loro interessi, bisogna aggiungere che non vi sono in quest’ora della storia due speranze, due cuori che tanto si somiglino, due spiriti tanto tesi a un rinnovamento come quello comunista e quello cristiano. In nessuno il cristiano credente e operante sente vivere così dolorosamente un fratello come nel comunista militante: ma li separa un nulla che è un abisso. Il comunismo si oppone alla Chiesa per negarla come assoluta disperazione; la Chiesa si oppone al comunismo per superarlo e in sé annientarlo come assoluta speranza. Ed è la rossa fiamma della carità che sola può battersi contro l’amor fati, la rinuncia fino al martirio del rivoluzionario comunista. La Chiesa vede nel comunismo il suo più temibile nemico perché esso solo, delle dottrine d’oggi, sa affrontarla sul suo stesso terreno che è quello d’una fede operante. Esso solo le oppone un militante in cui l’ideale si trasforma immediatamente in norma d’azione. E’ per questa ragione che il comunismo esercita un particolare fascino sul cristiano in quanto cristiano proprio, a qualunque classe sociale appartenga, poiché egli non può senza venir a patti con la sua coscienza, restare indifferente davanti a quelle che sono non marxisticamente, le contraddizioni della società borghese, ma le palesi ingiustizie d’un sistema sociale di cui ognuno è responsabile, i vizi, i delitti, la superbia d’un determinato numero di cittadini ben identificabili. “E avendo rotto col mondo capitalista, e desiderando una rivoluzione che instauri un ordine umano nuovo – dice il Daniélou nel tentativo di delineare il dramma spirituale di molti giovani cristiani d’oggi – essi provano una stanchezza crescente di fronte alla impotenza dei vecchi partiti nel fare questa rivoluzione e alla loro incapacità di districarsi dai compromessi e dagli scrupoli che li paralizzano. Solo il partito comunista pare loro rappresentare attualmente una forza sufficientemente rivoluzionaria per fare la trasformazione cui aspirano. Indubbiamente la visione marxista delle cose è lungi dal soddisfarli. Essi sono spiritualisti, il marxismo è materialista. Inoltre sono abbastanza lucidi per capire i pericoli d’asservimento che il marxismo porta con sé. Ma la preoccupazione dell’efficacia politica in essi prevale su quella della testimonianza che si deve rendere alla verità. Fra la tensione spiritualismo-materialismo e la tensione reazione-rivoluzione, è la seconda che pare loro più importante. Stimano più urgente lottare contro la reazione che lottare contro il materialismo… Il tratto caratteristico di questi giovani è di mettere in qualche modo il problema della verità tra parentesi… pretendono avere un’azione marxista senza avere un pensiero marxista”. L’adesione al partito, date queste premesse, pare quasi un obbligo morale. E sta qui proprio il grandissimo pericolo: come sopra si osservava, Cesare sa maneggiare con straordinaria abilità le Scritture e riesce a trovare sempre il versetto che santifica la sua spada. Il comunismo fa appello alla coerenza spirituale del credente, alla sua religiosa interpretazione della vita; ossia a ciò che, da un punto di vista marxista, non è altro che “sovrastruttura”. L’essenza dell’uomo non sta qui, secondo i marxisti. Ma, appunto, non si tratta di persuadere dei marxisti.

A chiarire l’equivoco è proprio Marx che ci viene in aiuto: “L’uomo non effettua soltanto una mutazione di forma nell’ordine naturale (che qui possiamo sostituire con “ordine sociale”), ma attua insieme a esso il suo fine conosciuto, da lui, fine che determina come legge il modo del suo agire… Oltre allo sforzo degli organi che lavorano, si richiede, per tutta la durata del lavoro, la volontà diretta al fine” (Capitale, IX). Come dire che non si tratta di distruggere prima un ordine sociale, e di costituirne uno nuovo dopo; il nuovo si costituisce mentre il vecchio ordine va in rovina, anzi questo vecchio cede proprio perché il nuovo si va formando. La verità non può venir messa tra parentesi senz’essere smentita: “essi non si rendono conto – commenta il Daniélou – che è precisamente l’essenza del marxismo di mettere la verità tra parentesi, e di fare dell’efficacia temporale la sola realtà”.

La ragione principale va dall’equivoco ricercato nel loro disagio spirituale: “presso molti di essi – riconosce francamente il Daniélou – v’è un doloroso scandalo davanti alla timidezza e alla mancanza d’immaginazione costruttiva del mondo cristiano, e noi saremo gli ultimi a biasimarli di ciò”. E più esplicitamente prosegue: “che siano dunque sicuri, questi giovani cristiani rivoluzionari, che è nel senso profondo dello spirito della Chiesa ch’essi vanno, quando vogliono una rivoluzione per un ordine sociale e un ordine umano migliori”.

In realtà, l’intellettualismo di Marx non differisce punto da quello di Hegel. Ambedue giustificano una realtà di fatto, che per l’uno è lo stato prussiano e per l’altro l’imminente rivoluzione. Ambedue fanno, come si dice, di necessità, virtù. E siamo al punto. La critica che Ivanov Razumiik rivolgeva a suo tempo contro i marxisti intransigenti, di far valere una legge obbiettiva, sociologica, come norma soggettiva d’azione personale, è sempre valida e può essere estesa a tutto il marxismo. Non ci soffermeremo a rilevare ancora l’insufficienza della visione del mondo proposta dal materialismo dialettico. La contraddizione che mina il sistema è già nell’espressione stessa “materialismo dialettico”. Che cos’è la materia? “L’unica proprietà della materia – dice Lenin – al cui riconoscimento è legato il materialismo filosofico, è quella di esistere al di fuori della nostra coscienza, oggettivamente” (Materialismo e empiriocriticismo). Che cos’è la nostra coscienza allora? “E’ una certa forma di moto della materia”, o come dice il Mitin “una proprietà della materia altamente organizzata”. Definizione, conclude il Wetter (Materialismo dialettico sovietico) che “riesce un idem per idem, nel quale il primo viene definito dal secondo, e il secondo dal primo”. Rileveremo invece l’analoga petizione di principio, dal punto di vista logico, che si verifica nel ragionamento del marxista che dice in sostanza: “Quando si studi la storia secondo il metodo del materialismo dialettico – che è l’unico metodo veramente razionale – si conclude che a un certo punto della evoluzione sociale, la rivoluzione appare inevitabile. Se i calcoli sono esatti, noi siamo a questo punto. Dunque bisogna fare la rivoluzione”. Essere e dovere, verità e giustizia: fu appunto sul modo di conciliare queste due diverse categorie che si svolse in Russia la polemica tra populisti e marxisti. Filosoficamente, esse non furono mai conciliate. I marxisti conclusero: “Per noi una cosa sola è importante: che il processo sociale è necessario; se esso sia giusto o no, la domanda è assurda, nessuno certo si  occupa della questione se sia giusto o meno il fulmine che ha ucciso l’uomo” (Wetter, op. cit., pag. 83). Ma è ben giusto che l’uomo sia libero, ed è perché nel marxismo vedono la sua liberazione che i marxisti lo sostengono. Fortunata coincidenza dunque che un processo necessario porti alla liberazione dell’uomo?

E’ sotto la prospettiva morale che il marxismo si rivela menzogna, e a un tempo disperazione. Libertà è identificarsi con la necessità della storia, col suo movimento: l’uomo è libero solo di fare la rivoluzione, morale è solo ciò “che lavora nel senso della forze storiche”. Ed è lo stesso intellettualismo, da Socrate al conservatore e reazionario Hegel, al rivoluzionario Marx: la virtù è il sapere. Basta sapere quel è la classe ascendente, per poter unirsi ad essa ed essere liberi e virtuosi.

Ma come l’uomo non è solo natura, né solo tecnica, così non è solo pensiero storico, non si risolve tutto nel movimento della “classe ascendente”. “Ed è qui – dice il Daniélou – che troviamo faccia a faccia il comunista e il cristiano. Per il comunista, la libertà è andare nel senso della forza storica. Essa è la verità. Tutto ciò che non serve questa forza dev’essere spezzato. E tutti gli altri valori sono subordinati a essa … Per il cristiano, la legge della forza non è mai una giustificazione, il fatto non crea il diritto. Egli non è antisociale … né reazionario. Ma se essere rivoluzionario è giustificare tutto ciò che esige il trionfo della collettività, allora il cristiano rifiuta di essere un rivoluzionario, o meglio, è lui il vero rivoluzionario, la permanente protesta contro l’asservimento della persona alla collettività”. La società futura com’è vista dal marxismo è una società senza contraddizioni, una società logicamente e razionalmente ordinata – non una società perfetta. E’ il regno della giustizia, del rigore, non della verità. E’ appunto la città terrena, chiusa a ogni ulteriore intervento, in cui -come dice Agostino – “si cerca la pace attraverso la guerra”. Non vi è più alienazione, ma solo perché non vi è più nessuno che possa sentirsi alienato: l’uomo è tutto risolto in essere sociale. E se la sua essenza è, marxisticamente, sociale, indubbiamente qui la storia ha termine. Non si capisce perché non è finita prima: in tutti i tipi passati di società, con lo stesso sforzo d’immaginazione, l’uomo avrebbe potuto risolversi in essere sociale, e sentirsi libero. Così invece non accade: la libertà non è la necessità, né la virtù è il sapere. Non è in nome d’uno sterile individualismo che il cristiano rivendica la persona contro la collettività, ma “perché egli è impegnato in un’altra storia. E’ là il fondo della cosa. E’ che per lui la realtà economica non è che sovrastruttura, l’epifenomeno, mentre la realtà tout court, l’infrastruttura, è l’edificazione del Regno di Dio”.

E veniamo così alla parte forse più importante del dialogo impegnato dal Daniélou col marxismo; quella riguardante i rapporti tra cristianesimo e storia. Il rimprovero che si fa al cristiano d’essere un evaso non è di ieri. Noi lo troviamo fin dalle origini del cristianesimo. Ma rispondeva Tertulliano, nell’Apologetico: “Si dice che noi siamo inutili per gli affari. Come potremmo esserlo, noi che viviamo con voi? Con voi mangiamo, con voi serviamo come soldati, lavoriamo la terra, facciamo il commercio. Poiché noi non siamo dei brahmani o dei gimnosofisti dell’India, abitanti delle foreste ed esiliati dalla vita”.

La posizione del cristiano non è mai facile, né egli aspira a renderla tale, perché partecipa di due mondi coesistenti e al tempo stesso successivi, della storia profana e della storia sacra, della città terrena e della città divina, egli è attore nel prologo in terra e nell’epilogo in cielo. Egli sollecita continuamente la storia in una direzione che non è storica, e che sotto una determinata prospettiva può apparire anche antistorica, in una direzione verticale, se così si può dire, e perpendicolare al piano orizzontale su cui quella procede. La storia sacra non coincide con la storia profana. Ma non è neanche estranea a essa. “L’essenza del messaggio cristiano concerne meno delle dottrine nel senso astratto della parola che una testimonianza resa a degli avvenimenti a delle opere di Dio nella Storia: l’alleanza con Abramo, la nascita e la resurrezione di Gesù Cristo, la Pentecoste. L’Incarnazione è un avvenimento irrevocabile, unico nella Storia, e i ritorni ciclici come li concepiva il paganesimo non sono più possibili. C’è, nel senso completo della parola, un passato e un avvenire”. E’ accaduto un fatto nuovo che non si verificherà mai più un’altra volta. Ma con ciò non è interrotta la continuità storica: vi è distinzione, ma anche unità tra i due Testamenti; fanno ambedue parte d’un medesimo piano. Ma mentre nell’Antico il Regno è annunciato e preparato, prefigurato, nel Nuovo Testamento è presente in mistero. La storia è profezia: gli avvenimenti e le istituzioni di un’epoca sono gli abbozzi di quelli dell’epoca successiva. Allo stesso modo, il secolo presente è figurazione del Regno che sarà manifestato nel mondo futuro e che esso contiene in mistero. Ma come nell’Antico Testamento il Popolo Eletto è figura del Cristo ch’esso porta in sé, e deve venir distrutto perché la nuova realtà viva, così il mondo presente è figura del regno futuro e dovrà “passare non nel suo essere, ma nella sua forma, per far posto al secolo futuro che si edifica quaggiù nell’operazione invisibile della carità e che sarà manifestato all’ultimo giorno. Concepire il secolo futuro come una eternizzazione dei risultati visibili del mondo terreno è cadere nell’errore dei Giudei, è rifiutare il compimento che ha luogo con la morte del grano”.

Il cristianesimo concepisce la storia come progresso. Ma non come progresso indefinito; poiché esso si pone al tempo stesso anche come termine di esso. La storia cristiana è escatologica: la fine della storia è giunta con l’Incarnazione. Nessun progresso, a rigore, è più possibile, poiché Cristo è presente, ed è il di là d’ogni progresso. Ma presente in sacramento: con ciò non si vuol dire quindi, che la storia sia terminata. Questa è la posizione barthiana che costituisce un parallelo post-cristiano alla gnosi. “La Storia presente ha un contenuto reale, che è il crescere del Corpo mistico sotto l’azione di Cristo. Ciò che è acquisito è l’unione della natura umana e della natura divina in Gesù Cristo. Ciò che è atteso escatologicamente è la manifestazione della vittoria del Cristo … Ciò che si compie presentemente è l’edificazione invisibile ma sovranamente reale per mezzo della carità del corpo incorruttibile del Cristo che sarà manifestato nell’ultimo giorno”.

Dovrebbero apparire chiari ora i rapporti tra cristianesimo e storia: d’una parte il cristianesimo  nella storia, è un avvenimento storico, d’altra parte la storia profana è contenuta nella storia sacra, e – per usare ancora l’immagine di Ireneo – il ramo su cui s’arrampica la vite: ciò che conta è l’uva matura, non il ramo che la regge.

Il cristianesimo s’incarna realmente della storia: “come il Cristo è stato l’uomo d’un paese, d’un’epoca, d’una civiltà determinata, così è della Chiesa. Essa s’incarna nelle civiltà successive. E queste incarnazioni partecipano della caducità che è propria di queste civiltà. La Chiesa si compromette nel mondo, deve compromettersi: l’Incarnazione è un dovere. Coloro che vorrebbero un cristianesimo estraneo alla storia, d’una purezza intemporale, s‘ingannano sulla sua essenza”.

Marx ha ragione quando vede “nel cristianesimo originario un riflesso delle condizioni economiche della Galilea, in quello bizantino un’immagine della teocrazia degli imperatori di Costantinopoli, in quello della Riforma l’espressione dell’espansione economica del Rinascimento…”. Ma s’inganna quando crede di dover ridurre tutto il cristianesimo a queste cristianità; sotto queste “sovrastrutture” egli non vede la Chiesa incorruttibile e permanente. Poiché accanto al dovere d’incarnarsi, la Chiesa ne ha uno uguale di disimpegnarsi; il cristianesimo non si risolve mai in alcuna delle forme di cultura in cui s’incarna, e coloro che “vogliono mantenerlo rigidamente nelle sue incarnazioni passate e nelle forme in cui s’è incrostato per abitudini secolari commettono lo stesso peccato del giudaismo che ha rifiutato di morire per risorgere”.

La Chiesa muore per risorgere nella nuova forma, nella nuova civiltà di cui, come nella passata, è responsabile di fronte a Dio. Qual è dunque la funzione della storia profana rispetto a essa? La storia profana in sé non è progresso ma solo un processo di accumulazione. Per il marxismo, invece, il progresso è proprio questa accumulazione di tecniche con cui l’uomo estende il suo dominio sulla natura. In realtà esso è l’ultima tecnica con cui viene posta sotto controllo questa estrema zona della natura che è l’attività dell’uomo nella storia. In sé la tecnica non è né bene né male: “condannare la tecnica – ha scritto Gabriel Marcel – è pronunciare delle parole vuole di senso”. Dal punto di vista morale, la tecnica è neutra. Diventa male quando si erige a sola norma d’azione, a sola verità, come, appunto, nel marxismo, che al tempo stesso in cui vuole interpretare la storia, la conclude fissando come legge quel che è il suo metodo. In questo processo “lo spirito umano non ritrova che se stesso”. La contraddizione della città terrena sta appunto nel “non poter cercare la pace che attraverso la guerra”. Rispetto alla storia ha la funzione di offrire la materia che essa trasfigura con la grazia. “Preso per sé, il progresso umano è ambiguo…” Il suo compito è di portare l’umanità a una maturità più perfetta, allo scopo di fornire alla grazia un soggetto più ricco. E in questo senso, lavorare per il progresso umano rientra nel piano provvidenziale e affretta il crescere della Chiesa, che ha bisogno dei succhi del ramo che la porta per raggiungere la sua pienezza. Ciò definisce la situazione del cristiano in rapporto all’ordine temporale. Non sarà un deprezzarlo, poiché questo ordine ha un compito nel piano provvidenziale. Ma eviterà anche di maggiorarlo, poiché questo compito rimane interamente subordinato.

Silvano Villani

 

1950: Di rigore l’ombrello in camera da letto

Silvano Villani, Di rigore l’ombrello in camera da letto, “Il Momento”, anno VI, n. 25 – mercoledì 25 gennaio 1950

A 40 Km da Roma, come al tempo delle palafitte

Il Senatore Manghi ha rivolto una interrogazione urgente al Ministro dell’Interno, dei Lavori pubblici, dell’Agricoltura, e all’Alto Commissario per l’Igiene e la Sanità per sapere quali provvedimenti si intendano prendere a favore della laboriosa e numerosa popolazione di Carchitti, frazione del comune di Palestrina, la quale non ha ancora che un decimo di case in muratura, è priva di acqua potabile, non ha luce elettrica né servizi di trasporto né strade né terra da lavorare, in mezzo ad un estesissimo latifondo incolto. Il “Momento” ha voluto far constatare la situazione dal proprio inviato speciale Villani, di cui cominciamo oggi a pubblicare il primo servizio.

 

I

 

Venendo dalla via Casilina, la prima che si incontra è la chiesa: un parallelepipedo rosso, cascato in piedi in mezzo al prato verde smeraldo, giù dal monte che gli si drizza alle spalle. Poi, dietro la chiesa, una serie di fastelli di legna secca, bene allineati, simili a quelli caricati sui somari che s’incontrano per la strada, solo un po’ più folti. E sono le case di Carchitti.

Come si sparge la notizia che uno straniero s’avvicina al paese, le donne si fanno incontro, tutte eccitate ma silenziose: salutano gentilmente e, senza smettere i loro lavori a maglia, gli si accodano dietro. Tutte lavorano a maglia, bambine, madri e nonne. Preparano innumerevoli paia di calze per i loro uomini: le bambine per i futuri mariti, e madri per i futuri mariti delle figlie, le nonne per quelli delle nipoti. Sono avvolte in pezze dai colori vivaci, blu, rosso, verde, giallo, strette intorno ai corpi con strisce di tela. Poi si mettono a bisbigliare, commentando la venuta dello straniero. Com’egli si volge, per cercar di capire quel che dicono, s’arrestano e ammutoliscono.

Carchitti è una strada fiancheggiata da alcune decine di capanne di legno. A un certo punto la strada s’allarga, ed è la piazza principale, il centro, il cuore pulsante di vita di Carchitti: la fontana. Un becco di tubo che elargisce un filo d’acqua. Il grosso delle massaie è radunato là, con le botticelle e le anfore. Quando il tempo è secco, il cuore smette di pulsare, l’acqua no viene più e le donne si caricano le botti in spalla e vanno al Fosso. “E’ molto distante?” chiedo. E le donne che non aspettno altro gridano in coro: “otto chiometri”. “Bugiarde”, interloquisce qualcuno degli uomini che s’è accostato al gruppo: “saranno poco più di quattro”. “Fateli con le botti in spalla, e vedrete quanti sono”, ribattono le donne accalorate.

Ma da qualche mese, grazie alle piogge, il filo d’acqua non manca e la discussione quindi si esaurisce presto. L’acqua giunge per un tubo largo non più del collo d’una bottiglia di spumante dalla fonte Barberini, che sta da qualche parte nelle proprietà del principe Barberini. Anche il terreno su cui sorge Carchitti apparteneva al principe una volta. Poi lo donò a certi contadini di Capranica che vi avevano fissato le loro abitazioni. Capranica è un ingrato, sassoso paese che sta dietro il monte su cui è abbarbicata Palestrina. Nella buona stagione, i contadini partivano colle famiglie, le pentole e gli attrezzi per venire a lavorare sui campi del principe Barberini. Tiravano su la canna di paglia sul luogo dove c’era da zappare, sostavano un paio di settimane e, finiti i lavori, tornavano a Capranica. Venti chilometri andare, venti tornare. A Capranica si rifacevano la capanna. Capanna qua, capanna là, tutt’una cosa, pensarono i contadini, e alla fine di una stagione, alcune famiglie non fecero ritorno al paese. In seguito, il principe Barberini concesse ai coloni la terra su cui avevano drizzato le capanne di paglia. Così nacque Carchitti. Queste cose succedettero settant’anni fa secondo alcuni, cento secondo altri, centoventi secondo altri ancora. Le origini di Carchitti cominciarono ad avvolgersi nella leggenda: “Al principio c’era il principe Barberini”. E c’è ancora. Pare, nell’ascoltare i contadini che ne parlano, che sia sempre lo stesso: lo stesso principe oggi, e settanta, centoventi anni fa.

La comunità di Carchitti visse in capanne di paglia fino alla guerra del ’18, che rapì al aese tutti i suoi uomini. Tornarono in meno, ma con audaci idee di rinnovamento, che consistevano nel voler sostituire le capanne di paglia con altre di legno. L’operazione si protrasse per venticinque anni. La seconda guerra mondiale rapì daccapo gli uomini, e li portò molto lontano, stavolta: in Africa, in Francia, in Germania, in Grecia, in Russia. Tornarono perciò con idee più audaci ancora: pretesero di sostituire le capanne di legno con case vere, di pietra. Faccenda complicata. Perché il legno costa, sì, 600 lire al metro, ma si ricava agevolmente dal bosco che è poco lontano alle spalle del paese, e per trasportarlo basta il somaro. Mentre le pietre e la pozzolana bisogna andarle a cercare molto distante, e per trasportarle l’asino non basta. A parte il fatto che la strada non è praticabile che a piedi o a dorso di somaro. Cosicché oggi, su 250 case, una per famiglia, una ventina appena sono in muratura. Il resto sono capanne di legno. Di pglia non ce ne sono più: l’ultima è caduta l’altro giorno.

La capanna di legno ha un vano solo che fa da cucina, da sala da pranzo, da stanza da letto. La cucina è il fornello: quattro pietre in quadrato. Le fessure fra gli assi fanno da camino. Il letto è un sacco di foglie secche ficcato tra quattro pali piantati in croce a terra. Lo chiamano “repazzola”. Là dentro la famiglia vive con tutti gli animali, domestici e non: padre, made, figli, figlie, porci, pidocchi, galline, somaro, scarafaggi, mosche e formiche. Queste ultime d’estate: d’inverno, invece, c’è il vento, la pioggia e la neve, ch’entrano ed escono da tutte le parti. Si fermano anche, e la neve copre i letti e chi ci dorme, e la pioggia scava ampie pozze d’acqua a terra. Alora dispongono dei sassi e ci camminano sopra: attraversano a guado la capanna per entrare ed uscire. Il petrolio costa caro, e perciò si alzano quando ci si vede, e si coricano quando non ci si vede più. “Così buio in quelle capanne – dice l’assistente sanitario – che ne visitare uno, una volta, non mi accorsi che aveva l’itterizia. Ed era giallo come un mandarino”. L’assistente sanitario, il medico, cioè, abita a Palestrina, del cui comune Carchitti è frazione. Ne dista dieci chilometri, di cui otto praticabili, perché costituiti d’un tratto della via Casilina: il resto è una strada che somiglia al letto d’un torrente in secca – quando non piove. Quando piove, è un torrente. E il dottore ci va con difficoltà perché Palestrina non ha una macchina da mettergli a disposizione. “Ma scoppiano di salute – egli dice -: i microbisono tanti che s’accoppano tra loro e li lasciano in pace”. Però qualche settimana fa ci fu un caso di difterite, e Carchitti, che possiede un telefono collegato con un cavo a Palestrina, chiese soccorso. Il medico venne quattro giorni dopo, quando riuscì a scovare una macchina e avrebbe trovato morto il malato, se non si fosse  provveduto a trasportarlo, un po’ a dorso d’asino, un po’ col treno, all’ospedale di Roma, dove venne operato d’urgenza. Anche le partorienti da qualche tempo vanno in clinica a Roma. Prima, quand’era venuto il momento, si prendevano l’ombrello e andavano a fare il figlio in campagna. L’ombrello per proteggersi dagli sguardi dei curiosi. Poi chiudevano l’ombrello, si asciugavano le mani con le foglie, si tiravano il bambino in braccio e tornavano in capanna per stendersi un po’ sulla ramazzala e prender fiato. Chi nasce in questo mod o muore subito o vive a lungo. Perciò la urata media della vita a Carchitti è di 80 anni. Il cittadino più vecchio era una bisnonna che è morta pochi giorni fa a novant’anni. Ora l’anziano è un vecchietto lungo, nodoso, dalla voce chioccia. Balla su un piede, ride sempre, e tira pugni allo stomaco di un giovanotto di 18 anni. Ne ha più di 80, ma non ricorda quanti con esattezza. “Sono nato nell’altro secolo – mi dice finalmente, dopo che son riuscito a farmi dare retta e a distoglierlo dal suo pugilato – sotto quell’albero là”. I parti sono molto frequenti a Carchitti, e la popolazione aumenta a vista d’occhio. Saranno un migliaio, adesso. Ma tutti legittimi. L’unico illegittimo è un bambino. La ragazza lavorava sla nel campo d’estate. Un giovinotto passò di là, la vide, la tirò sul margine d’un fosso e fece il suo comodo. Poi continuò la strada. La ragazza tornò al villaggio in pianto, e smise di piangere quando nacque il bambino. Nessuno infierì contro di lei. Io sono riuscito a cogliere la verità solo dopo aver interrogato parecchie persone. Le donne di solito dicono che “il marito” della ragazza è lontano. Non amano che si parli male d’una di loro. Questo è l’unico “scandalo” che si sia mai verificato al villaggio, nonostante la promiscuità delle abitazioni: tre, quattro generazioni, perfino in una stessa capanna; padri, figlie, figli nello stesso letto. E neanche succedono cose che richiedano l’intervento della giustizia. Ci fu, 25 o 30 anni fa, un fatto di sangue: un giovane uccise una giovane. E’ una vecchia storia che molti hanno scordato. Poi fino a oggi, nient’altro che qualche furto di galline, e per opera di estranei del villaggio. Perciò la giustizia, che è rappresentata da una guardia – unica autorità ufficiale nel paese – è disoccupata, e la guardia impiega il suo tempo sui campi o nel bosco.

“E a chi rubiamo? – dicono gli uomini – non abbiamo niente”. “Al massimo, meritano di andare in prigione perché non pagano le tasse. “Io – dice uno – dovrei pagare all’anno 4.750 lire di focatico (imposta sulla famiglia) e altrettante di diritti comunali. Ma non le  pago da due anni. Non le ho. E’ venuto l’usciere per fare il sequestro, ma non ha trovato niente da sequestrare. Se ne è andato e ha detto: tornerò quando avrete qualcosa”.

 

 

Silvano Villani, Anche il prete scappa da Carchitti, “Il Momento”, anno VI, n. 26, giovedì 26 gennaio 1950

 

II

 

Siccome Carchitti è frazione di Palestrina, il nuovo maestro, cui era stata assegnata quella cattedra, la prima volta che si pose in viaggio qualche settimana fa, pensò bene che in primo luogo si trattava di raggiungere Palestrina. E prese in treno delle Ferrovie dello Stato, che lo depose alla stazione di Palestrina, distante dalla cittadina dieci chilometri. Quest’ultimo particolare lo seppe all’arrivo, ma trovò pronto un pullman, che lo portò proprio a Palestrina città, dove però lo informarono che per raggiungere Carchitti gli sarebbe convenuto scendere una stazione prima e farsi a piedi quattro chilometri invece dei dieci e rotti che la separano da Palestrina.

C’era tuttavia modo di rimediare perché, gli dissero, ogni pomeriggio c’è un autobus che va verso Carchitti. Il nuovo maestro attese il pomeriggio e prese l’autobus. Il quale lo depositò sulla via Casilina, all’incrocio con una strada di campagna. E siccome Carchitti non si vedeva ancora, gli spiegarono che si trattava di percorrere la strada di campagna per due chilometri e mezzo, dopodichè l’avrebbe trovata, dietro la prima chiesa.

La strada non si può percorrere che a piedi, o sul dorso di un somaro. Somari non c’erano e il nuovo maestro partì a piedi. Pioveva e perciò fece i due chilometri e mezzo da acrobata, saltando in cima ai sassi, per non sparire in una delle pozze d’acqua. A sera arrivò.

Aveva scelto una brutta giornata. Quando c’è il sole invece, la passeggiata può essere anche piacevole. Si può ammirare la vastità delle proprietà del principe Barberini, la pianura verde smeraldo, le colline,i boschi del monte verde cupo. Tutto quel che si vede in giro appartiene al principe Barberini, all’infuori di un rettangolino di terra, come una pezza bruna cucita di sbieco al tappeto verde sul versante di qua d’una collina. Sono i quattordici ettari di terreno che il principe ha ceduto alla comunità di Carchitti. Ed è l’unica terra lavorata, che si veda in giro: il resto è pascolo.

La scuola è il secondo grande edificio in muratura di Carchitti. L’altro è la chiesa. Poi ci sono venti piccoli edifici, che sono le casette dei più fortunati, dei ricchi di Carchitti.

La scuola è di tipo moderno: è fornita di gabinetti, le aule sono ampie, e c’è anche un cortile per la ricreazione. Possiede gli attacchi per la luce elettrica, che però non servono a niente perché a Carchitti la luce elettrica non arriva. Né sono utilizzati i gabinetti, dato che manca l’acqua. Del resto gli alunni non sanno che farsene, e la prima volta che li videro si meravigliarono grandemente. Il maestro e la maestra ci misero una mattinata per spiegare ai ragazzi e alle ragazze come si dovevano usare i water-closet. Non ne avevano mai visti. La popolazione di Carchitti non usa gabinetti, e restituisce direttamente alla terra i suoi rifiuti. Scavano una buca al momento del bisogno, che poi ricoprono con il terriccio.

Queste cose me le spiegò il maestro durante un intervallo concesso ai ragazzi perché potessero recarsi in campagna a fare i loro bisogni. Poi mi fece visitare l’edificio scolastico. A Carchitti, oltre a quella elementare, funziona una scuola serale per i grandi e insegnanti sono due giovani maestre e un maestro, che percepiscono 11.000 lire a mese. Abitano a Roma, ma siccome le lezioni terminano alle nove di sera, e a quell’ora non si trovano mezzi per tornare in città, devono trascorrere la notte a Carchitti. Le due maestre dormono in uno sgabuzzino attiguo al gabinetto della scuola,il maestro nel gabinetto. Il maestro regolare, quello cioè che fa lezione ai bambini il mattino, viene ogni giorno da Roma, e si prende 23.000 lire al mese. Centosettanta sono gli alunni iscritti, ma 120 frequentano le lezioni. La sera le lezioni per i grandi si svolgono alla luce d’una lampada ad acetilene. Le due maestre e il maestro della scuola serale sono gli unici estranei che osino abitare a Carchitti. Neanche il prete vi trascorre più di qualche mezz’ora: ci viene per la messa, finita la quale se ne torna a Palestrina, dove ha la sua abitazione.

Non ci sono locali né negozi, naturalmente, all’infuori di un banco dove una donna vende i generi del Monopolio: sale e sigarette. La guardia possiede inoltre una cassetta di medicazione, di quelle che si usano al fronte in casi d’emergenza. Tutta la farmacia di Carchitti è in quella cassetta.

Il comune di Palestrina ha tentato di fare qualcosa: ha chiesto quattrini a qualche ente statale per portare la luce elettrica al paese, e ha ottenuto delle assicurazioni. Poi ha comprato dei tubi per portarci l’acqua dal fosso della Doganella. Il consorzio della Doganella dal 1933 sta lavorando alla costruzione d’un acquedotto che dovrebbe fornire acqua a tutti i comuni e frazioni della regione. Senonché in questi ultimi tempi i lavori hanno subito degli arresti: l’acquedotto non è stato quindi compiuto, e l’acqua viene ora scaricata in un fosso a pochi chilometri da Carchitti. E’ a questo fosso che le donne ricorrono per attingerla quando il tempo è secco. Con i tubi acquistati, il comune di Palestrina intendeva far costruire una conduttura provvisoria dal fosso di Carchitti. Ma la cosa non fu messa mai in pratica, per molte ragioni di “praticità”, e i tubi ora giacciono nel cortile della scuola, inutilizzati.

Poca acqua, niente luce, niente medici, ma guerra sì. La guerra trovò la strada per arrivare a Carchitti. Vi si trattenne per quindici giorni, durante i quali la popolazione trovò scampo nei boschi. Incendiò una ventina di capanne, rovinò tutte le altre e passò via. E gli abitanti di Carchitti tentano ora di farsi pagare i danni di guerra. Qualcuno ha già ottenuto il risarcimento, e ha impiegato i quattrini per ricostruirsi la casa, stavolta in muratura e non in legno. Ma la cosa è molto complicata, perché la strada che porta a Carchitti non è praticabile per gli automezzi, e il materiale di costruzione che viene da lontano non ci può essere trasportato in altro modo. La strada apparteneva, come tutto il resto, al principe Barberini che ultimamente l’ha ceduta al comune di Palestrina. Il contratto di cessione però non è stato ancora fatto, ragione per cui il comune non ha affrontato le spese necessarie per migliorarla.

“Ma è la terra, la terra che vogliamo prima di tutto” dicono gli uomini di Carchitti. “Poi l’acqua, la luce e magari anche le case in muratura. Vogliamo terra da lavorare, un po’ di tutta questa bella terra che il principe tiene a pascolo e che darebbe tanto grano”. I prati verdi circondano da ogni parte Carchitti, e conservano un loro brillare per un po’ nella sera anche dopo che il sole è calato. E quando anche quel brillare si spegne, gli uomini cessano di guardare la terra e di fare castelli in aria sull’ipotesi che essa possa un giorno appartenere a loro. Vanno a dormire perché non ci si vede più. Non tutti però; qualcuno dei giovani invece va a terminare la serata alla scuola serale, dove due finestre si sono accese della luce della lampada ad acetilene. Non sognano la terra, essi. Meditano il loro prossimo viaggio, quando andranno ad arruolarsi nei carabinieri e lasceranno Carchitti. Non per sempre forse, ma per parecchi anni sì: questo è certo.

 

Silvano Villani

Settembre 1945, La voce dell’Istria

Ecco la serie delle Cronache triestine in cui è descritta la vicenda di Trieste nella primavera del 1945. E’ un resoconto spontaneo, pieno di impeto, indignazione, passione. In chiusura, un componimento suggestivo, una metafora della guerra e dell’insensatezza del comportamento umano.

 

Silvano Villani, Cronache triestine 1- La voce dell’Istria, “Università”, anno I, n. 42 – 29 settembre 1945

Il 26 aprile, alle 18.30 la radio Svizzera annunciò l’insurrezione dei patrioti nell’Italia del Nord. Per Trieste corse un fremito: “tocca a noi ora: che cosa aspettiamo?”. Ma la giornata passò calma: la gente era seria. Nella mattinata del 27, le voci in circolazione dicevano che il Vescovo si era messo in contatto con i tedeschi. Baldoria di commenti, di speranze, di previsioni ottimiste.

Nel pomeriggio, invece, gli abitanti della zona del porto ricevettero l’ordine di allontanarsi al primo segnale delle sirene di allarme: il porto, le sue installazioni, nonché tutti gli edifici di una certa mole in città, dovevano saltare. Ore di sconforto. Ma, secondo le voci, il Vescovo stava ancora discutendo dal mattino. Finalmente a sera “radio baba” (in lingua italiana: radio-popolana) annuncia che le trattative si sono felicemente concluse, soldati tedeschi disarmati passeggiano per la città, contenti che le cose si concludano così bene, i patrioti radiosi hanno infilato i bracciali tricolori, radiosa la popolazione li saluta, coccarde e bandiere d’ogni parte, canzonette e risate di cuore, la città salva, il porto  tanti altri quartieri minati, intatti – non più sangue, non più vittime, non più odii, non più oppressione – dalla schiavitù alla libertà senza che la guerra debba passare per le strade di Trieste: i triestini hanno di che gioire, sono ben fortunati. A sera però, il cannone comincia a tuonare sulle alture. Supposizioni d’ogni genere: “Sono salve di festa – sparano contro gli alleati – son fuochi d’artificio ecc.”. Ma i triestini non volevano darsi per intesi: “Siamo allegri e lasciamo che sparino: oramai tutto è finito”. Però il cannone continuò a tuonare per due giorni e due notti. Il 29 fu una giornata di dubbi e di attesa. Verso le 5 del mattino del 30, due colpi della sirena d’allarme. Era il segnale convenuto: i patrioti corsero ai loro posti, ad essi si unirono gruppi della Wermacht contro, si diceva, la SS che non si voleva dar per vinta.

Ma niente di sicuro, comunque, colpi di fucile, raffiche di mitragliatrice da tutte le parti della città: e il cannone sulle alture. Perché si combatterà, contro chi? La cosa non fu e non è chiara. Mi raccontava un prete che il guaio era da imputarsi ad alcuni dei capi del C.L.N. ex fascisti, che per farsi perdonare il loro passato, intendevano valersi della fama d’aver capeggiato una insurrezione popolare. Ma ciò non ha niente a che fare con i patrioti che si batterono, caddero. A sera i tedeschi erano rinchiusi nel castello di san Giusto, nel Palazzo di Giustizia, in qualche altro edificio, e non molestavano più. La città era in potere dei patrioti, i prigionieri politici liberati, tutti in festa un’altra volta. Questa è la buona, finalmente: si attenderanno le truppe alleate, più precisamente si attenderanno i bersaglieri. Però il cannone aveva cessato il fuoco, lassù. Il mattino seguente, vedemmo passare cauti, in fila indiana, sotto i muri, i primi scaglioni delle truppe di Tito. Allora comprendemmo contro chi il cannone aveva tuonato quei giorni e quelle notti, perché i tedeschi s’erano arresi a noi senza combattere, e perché il C.L.N. italiano aveva tanto temporeggiato. I patrioti erano stati disarmati e inviati a casa. L’accusa lanciata contro il comitato era: Fascismo. Il che richiede alcune parole di spiegazione. Subito dopo l’armistizio i partigiani jugoslavi erano dilagati nell’Istria, sopra Trieste e Gorizia, e in parte dal Friuli. Di conseguenza, le prime formazioni di patrioti italiani incapparono in queste truppe e fecero causa comune con esse: il nemico era lo stesso, i tedeschi. D’altra parte, i partigiani jugoslavi, comunisti, attirarono anche a sé, in quanto già costituiti e organizzati, i comunisti slavi e italiani di quelle regioni. Di contro, gli italiani non comunisti si avvidero del pericolo, e il C.L.N. si trovò così di fronte a due prime alternative: o andare in montagna ed entrare nell’orbita di Tito e fare la sua politica, o rimanere in città e arrangiarsi qui. Scelse questa seconda. Aveva gli uomini, ma gli mancavano i mezzi e allora distribuì gli uomini nei corpi che i tedeschi avevano messo in piedi: Guardia civica, questura, X M.A.S., organizzazione T. forze italiane in servizi di polizia nell’ambito della sola Trieste, sempre però ai servizi della guerra nazista. Scarsi quindi i sentimenti fascisti di questa gente: i corpi rappresentavano a Trieste un mezzo per imboscarsi; i tedeschi avevano d’altro canto interesse a tenere tutti questi uomini, pericolosi se liberi, sotto controllo. In definitiva, i patrioti italiani a Trieste si trovarono di fronte a queste possibilità: 1) il campo di concentramento in Germania; 2) in montagna ai servizi di Tito; 3) con i patrioti del Veneto, della Lombardia, del Piemonte, ecc.; 4) nei O.D.T., e così via. Al momento opportuno essi sarebbero accorsi equipaggiati ed armati, come infatti avvenne. Ciò era favorito anche dalla politica tedesca che, per stanare la zona del Litorale Adriatico dal resto dell’Italia e sottrarla all’influenza fascista, favoriva il sorgere d’una opinione pubblica autonomista: di conseguenza, adoperava questi corpi in Trieste, e che sarebbero rimasti in Trieste, ai servigi dei Tedeschi. La prima non si discute. La seconda voleva dire consegnare Trieste agli Slavi, la terza era privare Trieste di forze di cui ci sarebbe stato strenuo bisogno per salvarla in favore di ragioni per le quali il bisogno era minore. La quarta lasciava la possibilità di disertare al momento opportuno e di salvare la città. La gran parte scelse questa quarta soluzione – e non saranno mai abbastanza valutate le sofferenze, le umiliazioni, le torture cui si sottopose questa gente volontariamente, quando avrebbe potuto scegliere la lotta in montagna, con i patrioti delle altre regioni dell’Italia, e là combattere il nemico, a viso aperto, con la prospettiva d’un domani glorioso, invece di dover reprimere ogni giorno l’odio, e servire l’oppressore per mesi ed anni, e assistere impotente alla deportazione del compagno sospettato, e non reagire perché la causa trionfi, e per giunta con un domani ambiguo, anche una volta vinto e caduto l’oppressore, quel domani infatti che per bocca degli Slavi, li ha infamati con il nome di fascisti. Bisogna pure che si sappia un giorno in quali condizioni, sotto quale terrore la democrazia cristiana s’è battuta a Trieste, insidiata e sabotata dalle organizzazioni slave, infiltrandosi con una pazienza ed una perseveranza da martiri tra ingranaggio e ingranaggio della macchina terroristica nazista. Bisognerà pure che si sappia, un giorno o l’altro, e che si faccia giustizia.

(Continua).

Silvano Villani, Cronache triestine 2 – La voce dell’Istria, “Università”, Anno I, n.44, 13 ottobre 1945

Quel mattino dunque vedemmo per la prima volta l’esercito di Tito. La gente guardava, riservata, in attesa di pronunciarsi: la fama che li aveva preceduti era contraddittoria, parlava di inaudite crudeltà, di stragi incredibili, e di eroismi meravigliosi, di battaglie leggendarie. Ma subito, innumerevoli gruppi d’irregolari cominciarono a scorazzare per la città, armati, su camion, foto furgoni, carri, biciclette, al canto degli inni della Rivoluzione, e acclamando appassionatamente al loro capo: Bandiera rossa! E minacciavano fucilate a chi non obbediva. Qualche soldato slavo sparava per giubilo sulle bandiere italiane. La gente commentò: e cambiò colore (è cambiato il colore). Più tardi, calmatasi la spontanea manifestazione popolare, furono attaccati i centri di resistenza tedeschi. Cannonate, raffiche di mitragliatrici, fucilate, bombe – quella notte e il giorno seguente. Le palle fioccarono per tutte le strade, nei luoghi più impensati: i civili morirono a decine. Ma i tedeschi non si inquietarono: chiusi nei possenti edifici – Palazzo di Giustizia, Castello di San Giusto – rispondevano calmi e sicuri alla confusione dei colpi dei partigiani. Finalmente, nel pomeriggio, giunsero, tanto attesi, i Neozelandesi. Come la notizia si propagò, a fiumane la gente si riversò per le strade a salutarli. Era la liberazione. Gli slavi guardavano e covavano rabbia. Ma dopo due ore di trattative, i tedeschi non s’erano arresi ancora: con ogni probabilità questi intendevano arrendersi solo agli alleati e non anche agli Jugoslavi. Comunque, fallite le trattative, la battaglia ricominciò: questa volta furono gli alleati ad aprire il fuoco, un fuoco d’inferno. La cosa durò un quarto d’ora. Il giorno seguente, gruppi che restavano nei sotterranei furono affogati dai pompieri, comunisti anch’essi.

Il pomeriggio ci rendemmo conto di quale fosse la nostra liberazione. Con legittimo stupore, i triestini videro avviarsi verso il centro della città, lunghi cortei di gente – donne in grandissima parte, dai volti paonazzi, in fogge inconsuete di vestire eccetera – che urlava disciplinatamente. Procedevano per tre, in testa truppe di Tito ben armate, bandiere, vessilli, gagliardetti, no, gagliardetti neri no, rossi, erano molto belli a vedere. C’erano delle squadre di ragazze vestite tutte eguali, e da lontano sembravano giovani italiane: da vicino invece si vedeva che la gonna non era proprio nera nera, anche se la camicetta era bianca, e neanche la cravatta era nera nera. I maligni dicevano che le scarpe se l’erano messe su all’entrare in città. Infatti, non erano di Trieste, venivano dai paesi remoti dell’Istria, contadine proletarie comunque, accese di purissima fiamma d’amore per il compagno proletario capo Duce Tito.

Acclamazioni, canti della rivoluzione, una Trieste nella nuova federativa ecc… Jugoslavia di Tito. Poi disciplinatamente il corteo rientrò alla base. La qualcosa durò tre giorni. Fu dichiarato lo stadio d’assedio, coprifuoco dalle 15 del pomeriggio alle 10 del mattino seguente: discorsi in cattivo italiano dicevano a quelli che in anni di dolore non s’erano convinti ancora, che la patria è là dove si mangia e si beve. Ma i triestini ostinati non credevano che in Jugoslavia si mangiasse e si bevesse.

Dopo tre giorni di tali spontanee manifestazioni popolari della cittadinanza triestina, il cinque maggio fu visto passare per le strade un piccolo corteo con la bandiera italiana in testa che se ne andava quieto e zitto. Comprendemmo la tattica slava. Quel corteo rappresentava la minoranza italiana di Trieste, la quale anche era d’accordo sul fatto di W Trieste nella nuova federativa ecc… Jugoslavia di Tito. La colonna ignara attraversò piazza Goldoni e imboccò il corso – urla, clamore e dal corso si riversò nella piazza una fiumana enorme di gente, di vessilli (italiani senza stella rossa) di grida “Italia”, di cappelli in aria. Il nuovo corteo ingrossava a vista d’occhio, a frotte il popolo accorreva da tutte le parti, si passava per le strade, e i tricolori spuntavano d’ogni finestra, una finestra di tutti – qualcheduno in disparte piangeva. La folla tornò verso il corso: alcune fucilate scoppiarono, all’angolo d’una via trasversale, alcuni slavi sparavano sulle bandiere e sulla folla, e ridevano dell’improvviso terrore.

Il corteo si ruppe in due tronchi; nella confusione però, pochi s’avvidero d’alcuni che erano caduti. Altri afferrarono le bandiere e superarono lo spazio; dietro ad essi il resto della folla e le due parti del corteo si ricongiunsero. Altre fucilate, altri caduti; la fucileria si propagò alle vie adiacenti e per tutto il centro della città. Un soldato neozelandese anche fu colpito. La folla si disperse, le fucilate fioccavano dalle finestre e dai portoni. Uno gridò – insorgiamo questi sono peggio dei nazisti! Un altro rispose -basta morti – ora la cosa andrà da sé.

Pensai che “ça ira” era in francese la traduzione più esatta di quelle parole. Si tratta sempre di libertà. I morti erano una ventina. Da noi non partì un colpo né fu fatto un gesto di violenza. Il giorno dopo, quel lurido giornale che si chiama “Nostro Avvenire” commentò l’avvenimento: tra gli arrestati c’era un ufficiale dell’ex esercito repubblichino, un povero diavolo d’imboscato, senza infamia e senza lodo. Gli trovarono indosso il tesserino, che per gli ufficiali in queste zone era compilato in tedesco ed italiano, lo fotografarono e lo pubblicarono sotto il titolo sensazionale: “Un agente segreto della Gestapo (…) ha provocato la sommossa (…) di ieri”. Il giornale sapeva di mentire e sapeva anche che i triestini sapevano che era tutto ciò una volgare menzogna. Vecchi beoni commentarono – ma dai (ma va là) i fascisti i iera più coli (i fascisti erano più scaltri); dei morti, poi, il giornale disse: “La giusta punizione è caduta su questi impenitenti fascisti”. 5 maggio. Non sarà male se gli italiani tutti ricorderanno.

(Continua)

Silvano Villani, Cronache triestine 3 – La voce dell’Istria,  “Università”, anno II, n. 1 – 3 novembre 1945

Poi furono giorni squallidi. E “Nostro Avvenire” mentiva e sobillava. Nel primo numero diceva: “Nel 1918 un’Italia imperialista, che già recava in sé il germe dell’Italia fascista, occupò le nostre terre dicendo di redimerle”. E fu invece, oltre che la rovina economica, anche la più tirannica oppressione. Il che è più bello da leggere senza commento. In altre parti poi: “Partendo dalla premessa che queste zone appartengono alla Nuova Jugoslavia – come stanno a dimostrarlo ragioni etniche geografiche ed economiche – e come hanno deciso le popolazioni…” poiché dovete sapere, o signori, che il bianco che vedete non è bianco, ma è nero. Questo per le ragioni geografiche: quelle etniche poi – all’ingrosso 600.000 italiani e 400.000, nel cuore dell’Istria, slavi. A parte il fatto che di questi 400.000 bisogna vedere quanti anelano ad unirsi con la Nuova Jugoslavia (Stuparich è nome slavo, ma quanto a voler unirsi con la Nuova Jugoslavia ne corre): del resto, tutta la costa fino a Fiume e più giù ancora, è italiana. Capodistria, Pirano, Parenzo, Rovino, Pola, Abbazia Samana – vi si parla il veneto. E l’economia è tutta là, sul mare. Quanto al retroterra – il retroterra di Trieste è Cecoslovacchia, Austria, Ungheria. Quanto infine alla decisione delle popolazioni: beh, questo è un argomento che se appartenesse alla Nuova federativa ecc. Jugoslavia di Tito non oserei affrontare – a parte il fatto che  il numero di coloro che dovrebbero decidere in merito, cioè le popolazioni, è molto diminuito per i disgraziati irridenti locali (vedi foibe), anche perché non è affatto necessario che la popolazione decida: decide Tito per essa, ché egli sa meglio ciò su cui il popolo deve decidere – infatti nella dottrina del Fascismo sta scritto che i capi solo devono decidere ché la maggioranza può essere spesso in errore.

Il giornale “Nostro Avvenire” fedele discepolo, ricalcava le orme dei maestri fascisti: tendenzioso, ballista (come si dice a Napoli) parolaio retorico – lo stesso orrore per la discussione, intransigente – pomposo: propaganda però di gran lunga meno abile di quella fascista. Il che risulta dal discorso del sig. Hardely: egli dice che l’esercito iugoslavo ha liberato Trieste – il che non è vero – che ha salvato la città – il che non è vero, senza il C.L.N. del posto oggi non ci sarebbero che nuvolette di polvere; che è una calunnia che la Jugoslavia voglia mettere il mondo dinanzi ad un fatto compiuto – e invece non è una calunnia: infatti, perché tanta fretta nel sostituire il governo militare con un governo civile a sembianza popolare? Perché un governo militare in caso d’occupazione alleata, sparirebbe come in Carinzia ad esempio – subito subito. Quanto poi all’ordine che gli iugoslavi vi avrebbero portato… la gente deve star chiusa in casa, tutto è fermo, ogni attività annientata.

Caffè chiusi, cinematografi chiusi, gente svogliata per le strade. Così passarono i giorni. Momenti di vita nelle ore della trasmissione di Radio Londra – si tornava alla radio a rinfrancarsi, come nei periodi più oscuri della guerra. Quando se ne vanno – se ne vanno domani, tra una settimana, tra due, non se ne vanno più.

Si guardarono passare gli inglesi, gli americani, disarmati come civili, senza preoccupazioni, così: figli di grandi nazioni libere, che sapevano difendere e tutelare le loro libertà dovunque fossero. Il contrasto era fortissimo tra Alleati e Iugoslavi: gli alleati allegri, disarmati, sereni, volti puliti e aperti, vestiti eleganti e leggeri – estivi – e gli slavi sporchissimi, armati fino ai denti – divise pesanti, arrangiate con una casacca tedesca, un paio di calzoni italiani, un berretto americano, una camicia ???? – volti ottusi, zigomi sporgenti, fronti basse, passo pesante e lento, come di gente stanchissima, soprattutto sporchi incredibilmente. Passavano pattuglioni per la città, di undici uomini – con fucili, bombe, mitragliatrici, sguardi ostili sui cittadini – sguardi meravigliati lungo gli alti edifici si accamparono in Piazza dell’Unità, sotto i Portici, poi ne rimasero per parecchi giorni, un tanfo tremendo.

Del Municipio, della Stazione centrale fecero letamai. L’Unità ha un bel parlare di questi soldati dall’aspetto marziale (marziale: come i commenti alle sfilate delle Camice nere…): non andarono a donne no, perché le triestine non si sentivano intenerite dinanzi ad essi. Circolarono poi storielle sul loro conto, si parlava d’uno di questi soldati che s’era spaventato al sentir “parlare un telefono”: esagerazioni, certo, ma segnalano l’opinione. Trieste mette alla berlina i suoi nemici – così fece dei fascisti, così fece dei tedeschi. Quanto poi al loro comportamento… un gruppo un giorno irruppe nel palazzo del Lloyd per farsi consegnare quattro milioni che erano custoditi nella cassaforte: un ufficiale inglese li fece desistere. Quanto poi all’ordine che essi avevano portato, se n’è già parlato: non si lavorava più. Nelle fabbriche i comunisti declamavano, discutevano, inneggiavano alla rivoluzione proletaria, ma quanto a lavorare – sordi gli operai – gli slavi s’erano fitti in capo che la gente dovesse lavorare senza esser pagata. Il governo e i posti direttivi erano stati affidati a individui incompetenti: sprechi assurdi e assurde restrizioni. Sulla Guardia del Popolo, poi voglio fare delle precisazioni. Nel commissariato sito in via Bruner era stato nominato comandante un truffatore, noto tra i giovani aspiranti truffatori di Trieste, vicecomandante un ladro già varie volte condannato per furto, scasso e borseggio, il quale anzi, approfittò della carica per rubare con più libertà, fu arrestato anche, ma poi rilasciato e reintegrato nelle sue funzioni: i suoi profitti… di regime, secondo le confidenze degli intimi, assommano a 50 milioni. Il comandante si chiama Milo, il vicecomandante Eluario Petassi.

(Continua).

Silvano Villani, Cronache Triestine, 4, “Università”, anno II, n. 2 – 10 novembre 1945

Un ragazzino passa, e sbadatamente straccia un manifestino penzolante: due soldati gli sono addosso e lo malmenano senza pietà. C’erano anche scritte italiane – l’Unità a tal proposito cita una sequela di scritte italiane: viva Trieste italiana, viva Fiume e poi vicino, viva il Duce. Losca insinuazione. Abbiamo inteso “viva il Duce” e di più ancora. Abbiamo visto: “Bibì (lo chiamavano così a Trieste) torna, tutto perdonato”: ma sotto un ritratto di Tito, e nel quartiere operaio più notoriamente comunista della città, S. Giacomo. Infatti il ritratto di Tito era dovunque: come nei tempi d’oro del Fascismo quello del Dux. Anzi, un giorno comparve sul giornale l’annuncio: “Si informa il pubblico che un gran numero di ritratti del Generale Tito sono pronti, hanno diritto alla precedenza per ottenerli gli uffici pubblici e privati, onde affiggerli sui muri…”

Ritornando alle scritte sul muro, quelle di parte italiana erano rare. Il C.L.N. era stato costretto a scomparire un’altra volta, si trovava un’altra volta a dover lavorare clandestinamente, e sotto una più rigida oppressione. Tuttavia pubblicava manifestini e giornali: ciò teneva un po’ su il morale. Ma la serie delle istituzioni fasciste non è finita: non ho parlato delle adunate di popolo.

Queste adunate erano un altro motivo di conforto per noi. Gli operai andavano nelle fabbriche (alcuni): là venivano fatte concioni, tenuti discorsi, infuocati gli animi; poi, bandiere in testa, ben inquadrati, gli operai s’avviavano verso piazza dell’Unità. Passano per la città zitti, con i volti bassi, annoiati, indifferenti. Ogni tanto uno, preso da un accesso, si metteva a urlare: “Viva Tito, viva la nuova ecc… Jugoslavia di Tito”. Allora un rado coro rispondeva: “Viva”. Intanto sui muri, per le strade, sulle cassette della posta manifestini: “Oggi, alle ore x, tutto il popolo in Piazza dell’Unità”. All’ora x si vedeva in un angolo della piazza un gruppetto che già da qualche mezz’ora, tutto rosso, se ne stava lì a urlare “Evviva”, circondato da carri armati e cordoni di soldati. I fotografi acuivano l’ingegno per cogliere nell’obbiettivo il gruppetto solo e anche il resto della piazza vuota. Il giorno dopo sul giornale appariva la foto sotto il titolo: “Una folla imponente ieri ha gremito la nostra più grande piazza e ha provato un’altra volta la sua indiscussa fede ecc…”.

Ciò avvenne parecchie volte. Poi la passione per le adunate si affievolì. Intanto la gente spariva: a notte, colonne di civili marciavano lungo la via Carducci verso la stazione centrale. Ma non erano i fascisti. Erano polizia. Guardia civica e, in massima parte, borghesi. Qualcheduno veniva giudicato dai Tribuni popolari.

Intanto il comando alleato è affollato di gente che protesta: mi han portato via il marito, il padre, il fratello (era stato imposto a quei cittadini che possedevano armi di consegnarle, ma i molti che s’erano presentati, erano stati trattenuti assieme alle armi, ed erano spariti); altri volevano esser portati fuori di Trieste. Il comando diceva: è una cosa impossibile, una situazione politica delicata. Un giorno scende da Basorizza una delegazione che viene a protestare presso il comando alleato: le foibe son piene di cadaveri, l’aria è appestata, non si può vivere là vicino.

Le foibe, per chi non lo sa, son crepacci nel suolo, profondi talvolta qualche centinaio di metri. Di tali crepacci l’Istria ne annovera centinaia e centinaia. Gli Slavi usano allineare lungo questi crepacci la gente antipatica: gli individui sono con le mani legate dietro la schiena, una corda poi unisce tutte queste paia di polsi. Quando son bene allineati, una scarica di mitra. Chi è colpito e chi no. Ma chi è colpito, per la legge della gravitazione universale, cade a terra, in questo caso nel crepaccio e trascina con sé nella caduta i compagni di corda. Così avvenne che da una foiba furono estratti cadaveri di persone senza ferite d’arma da fuoco. Ora si domanda: quale procedimento si usa, quali tessere, documenti e carta bollata sono richiesti per annoverare questi guerrieri intrepidi tra i criminali di guerra? Ma gli alleati scuotono il capo: “Sapete, è una situazione politica delicata…”. Intanto, per la città si diffondeva il tifo petecchiale e la fame imperava. Il popolo si nutriva d’insalata – l’unica vivanda in circolazione – però aveva il pane bianco. Il giornale consolava constatando costernato: “Ma sapete, cittadini, quanta farina consumate al giorno per il pane?” E pubblicava la cifra.

(Continua)

Silvano Villani, Cronache Triestine, 5 “Università”, anno II, n.3 – 17 novembre 1945

Così si viveva. Tuttavia Trieste riguadagnava la sua allegria. Il Corso si chiamava una volta Vittorio Emanuele III – poi vennero i repubblichini e si chiamò Ettore Muti, poi vennero gli Slavi e si chiamò Corso Tito. E i triestini si consolarono: xè corso Vittorio, xè corso Ettore Muti, correrà anche Tito.

Poi, negli ultimi giorni, si gridò anche “viva Tito”, il che significa: viva Trieste Italiana Temporaneamente Oppressa. Ironia, buonumore: questa la sua arma terribile. Il morale era sempre più alto anche per merito d’un uomo: Angelo Cecchelin. Egli è veramente l’anima genuina, la più amabile, di Trieste. Per vent’anni la sua vita fu un viavai tra il palcoscenico e la prigionia: egli recitava, i fascisti l’acchiappavano e lo mettevano dentro. Ma poi ne usciva e raccontava i nuovi motti arguti che aveva meditato nella cella: la città rideva poi per una settimana alle spalle dei gerarchi, rossi di rabbia. Ed egli tornava al sole a scacchi. Non risparmiò al fascismo una delle sue frecciate – e Trieste, dietro a lui, sognava la libertà e demoliva a risate il Regime.

Per chi lo vuol vedere egli è ancora là, sul palcoscenico del Filodrammatico, al suo ennesimo spettacolo. Come sempre, il teatro è affollato fino all’inverosimile: la sua vena non si è esaurita né si esaurirà mai, fin che avrà vita – ed altri poi raccoglieranno la sua tradizione di allegria serena, di libertà.

Oramai è vecchio, ma la sua lotta è finita, ed è finita bene, i regni, gli imperi sono crollati, ma il suo teatro è ancora in piedi, e la sua risata è più schietta di prima, e l’amore del suo popolo, dei suoi amici concittadini lontani e vicini, vive più che mai. Una volta, recitava con i militi della Brigata Nera seduti in prima fila che gli puntavano il moschetto sotto il naso: forse che ebbe paura? Oh, Dio, paura un poco, forse sì, ma lo spettacolo andava avanti lo stesso. E oggi come allora: ma oggi non ci son moschetti, oggi ci sono fissi occhi sereni, bocche che ridono senza timore. Noi si perdoni la digressione, ma era necessario ch’io facessi a Cecchelin un omaggio, anche se molto modesto, da qui, da Napoli, che certo poco lo conosce, ma che deve sapere come a Trieste s’è pensato e vissuto nei vent’anni di regime fascista; soprattutto perché Trieste senza Cecchelin non è comprensibile. Un omaggio, o meglio, più alla nostra maniera, un piccolo segno di tanto affetto.

Tornando a noi: le cose procedettero immutate fino al 12 giugno. Il 12 giugno, alle 9, secondo le decisioni prese in seguito agli accordi, le ultime unità delle truppe di Tito uscirono dalla città. Quello che i tedeschi non rubarono, lo rubarono essi. Dalla Banca commerciale portarono via più di 100 milioni, dall’ospedale militare di via P. Severo, portarono via persino i rubinetti; per più giorni, camion carichi di roba uscirono dalla città, fino al 12 giugno, ore 9. Adesso, finalmente, tutto era finito: la guerra era veramente terminata, la pace veniva anche per noi. Ci fu un giorno, infatti, che tememmo seriamente che la battaglia per Trieste ricominciasse più tremenda che mai: d’una parte entrarono in città gli Alleati, dall’altra i T 34 russi, e si schierarono fronte a fronte.

Furono ore angosciose. Ma stavolta tutto era finito per davvero. La gente usciva e correva per le strade come ad un richiamo: rispuntavano coccarde e tricolori. Piazza dell’Unità si riempiva di gente. Quando alla Torre del Municipio l’orologio batté le undici, erano stipate la piazza, la marina, e il corso su su, fin dove giungeva l’occhio. Enorme la partecipazione dei soldati alleati. Io non vidi mai in una volta sola tanta gente. Trieste ora poteva esprimersi liberamente.

Un episodio. Nel mare di bandiere italiane, c’era anche una bandiera slava. Coraggiosa. Un uomo protestò e volle farla sparire. Ma la folla attorno cominciò a gridargli contro: lasciate stare, ognuno abbia i suoi sentimenti, libertà per tutti. E ripensai a quella volta che vidi soldati slavi sparare su bandiere italiane. La gente ballava per le strade, allegria tutto il giorno. Ma, a sera, la rabbia slava si palesò. Vennero in città dai sobborghi gruppi di giovinastri, di turbolenti, di rissosi. Se la presero prima con le bandiere italiane che portavano lo stemma sabaudo – il re è fascista – dissero. Ma, a sera, strapparono quello stemma.

E cominciò la caccia ai fascisti. Almeno in teoria. Ma io racconterò un episodio: un signore si trova in piazza Goldoni, tien per mano due bambini, che potano una bandierina italiana ciascuno. Inciampa in una squadra di questi giovani che lo strappano ai bambini e lo bastonano a sangue, fino a fargli perdere i sensi. Il signore, di mia conoscenza, era checo e comunista, perseguitato dai fascisti per anni ed anni: il “L’amatore”, organo del P.C. commentò, sotto il titolo “Giustizia popolare”: “I baldi giovani, sorpreso un noto ex squadrista in Piazza Goldoni, lo bastonarono…”: sulla manifestazione, un piccolo trafiletto in cui si diceva che i partecipanti erano tutti reazionari.

La persecuzione durò i giorni seguenti: erano presi di mira questurini, studenti, e in generale tutti coloro che dall’accento si facevano notare come non di Trieste: comunque bisogna riconoscere che nessuno fu ucciso. Ciò è da tener presente. Ma è anche da tener presente che la persecuzione non era rivolta contro i fascisti ma contro gli italiani – alla fine contro Trieste stessa. Solo dopo alcuni giorni gli Alleati si decisero a impedire questi fatti. Ora Trieste attende il verdetto di Londra: ma voglia il Cielo che i signori che là decideranno sulla sua sorte, siano tanto oculati da non condannare una città all’oppressione – Trieste ha parlato due volte: la prima il 5 maggio, ed ha pagato il suo diritto con dei morti; la seconda il 12 e di nuovo è dovuta soggiacere ala violenza dello squadrismo rosso, come già soggiacque a quella dello squadrismo nero. Fra Occidente e Oriente, Trieste ha scelto l’Occidente – ma se cadrà sotto il tallone slavo, chi ci salverà dall’Oriente che s’avanza, compatto e inesorabile? La soluzione del problema di Trieste significa la soluzione dei problemi dei confini, significa la soluzione del problema delle relazioni tra le nazioni, significa la soluzione del problema dell’unità dell’Europa. I triestini hanno fiducia – sennò, la disperazione, la morte. Gli uomini di Londra non tradiscano questa fiducia. E gli Italiani amino i loro fratelli di Trieste. Se lo meritano.

 

Silvano Villani, Come ogni sera, “Università”, anno II, n. 6 – 8 dicembre 1945

Da tempi immemorabili lungo l’Occidente incendiato corrono le dune in fuga silenziosa e immobile. Anche stasera la strana carovana sale e scende, in cammino.

E cammina, cammina, i ciechi in lunga teoria, i volti rivestiti, la mano rattratta sulle spalle del compagno che precede: come la loro fatica nella sabbia leggera, il loro monotono lamento si trascina e affonde nel silenzio.

Il deserto non ha confini che d’illusioni: a sera si popola d’ombre anonime, ombre di silenzio, ombre di nulla.

Le orbite mote, spalancate sul cielo profondo: una bocca contratta si spezza e l’urlo sgorga, e subito uno dopo l’altro, lungo tutta la carovana, urla angosciose, su su, si sciolgono e salgono, su su, e ricadono sui disperati; ma tutt’attorno, fino ai lontani orizzonti dove si perde il mareggiare del deserto l’inutile, l’immobile, il moto silenzio.

– Nessuno ha udito, nessuno mai udrà.

Cammina, cammina, la sabbia attorno alle caviglie sale e s’avvolge, tepida, morbida, come un amplesso che inviti al riposo, riposo di poco, riposo di nulla. Il piede a fatica s’estrae, scarno e levigato, e procede.

Forse un genio beffardo ha sibilato il suo velenoso ritornello negli animi bui. Come ogni sera! Come ogni sera!

Ora girano in circolo, e il primo raggiunge l’ultimo, con le mani che brancolano l’afferra ed è un urlo di preda atterrita, e lo prostra, il circolo si serra repentino e la rissa scoppia cieca, assurda, feroce, di ansimi, di rantoli…

Poi, ad uno ad uno, il secondo dietro il primo, il terzo dietro al secondo, riprendono il cammino, e la massa si sgroviglia, la massa nera dei ciechi in cammino, in un’altra direzione, in qualunque direzione.

I corpi contorti sulla sabbia sussultano ancora, le occhiaie vuote e affondano, affondano.

Scomparsi nell’ombra, ombra di pace, ombra di nulla.

E nella notte sui profili delle dune nere, cammina cammina la carovana dei ciechi – da quando? Da tempi immemorabili, la notte sul deserto, un deserto di nulla, un deserto di gelo.